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La Lupa in viaggio

by Mihai Bărbulescu e Ştefan Damian

La Lupa capitolina è uno dei pochi argomenti ispirati ad un mito puramente romano e si incontra anche nelle opere plastiche riscontrate nella provincia di Dacia. Infatti è un motivo iconografico scolpito su monumenti funebri, perché ad eccezione di una gemma e di una immagine sulla chiave di volta del castro di Apulum, le altre immagini sono riscontrabili soltanto sui monumenti funebri. La pietra che ornava un anello è stata scoperta nella città di Romula, nel meridione della Dacia e illustrava la lupa insieme ai suoi due bimbi collocati sotto di lei, con le braccia alzate. I monumenti funerari provengono tutti quanti dalla Dacia intracarpatica, dall’attuale Transilvania. Due tra questi sono stati scoperti ad Apulum (oggi Alba Iulia) (fig. 1), due a Cristeşti (presso Târgu Mureş) e uno a Potaissa (Turda), ad Aiud, a Brâncoveneşti (fig.2), a Gherla e a Ilişua. Su due monumenti funebri (due stele, cenotafi) la Lupa capitolina è rappresentata insieme ai due gemelli, e una volta compare anche il pastore Faustulus. In un solo caso la lupa allatta due cuccioli di lupo, immagine zoomorfica dei gemelli Romolo e Remo. La presenza di pochi elementi complementari (ad es. Faustulus o i motivi vegetali che alludono al ficus ruminalis) testimoniano l’essenzialità della rappresentazione, trasformata in simbolo[1].

Figura 1 – Museo di Alba Iulia. Frammento di stele scoperta ad Apulum, odierna Alba Iulia

Figura 1 – Museo di Alba Iulia. Frammento di stele scoperto ad Apulum, odierna Alba Iulia.

Perché si mettevano tali simboli sui monumenti funebri e quale potrebbe essere il loro significato?

La discussione è di lunga durata nella letteratura specialistica e le risposte sono varie. Come motivo iconografico sui monumenti funebri la Lupa capitolina compare su stele nei pressi di Roma già nel I sec. a.C. e sempre su stele funebri si incontra nell’Italia settentrionale (4 pezzi), nel Noricum (8 pezzi), in Pannonia (8 pezzi), in Dacia (9 pezzi). Lo incontriamo anche in Gallia (7 pezzi) e più raramente in Britannia, nella Germania inferior, Raetia e Moesia inferior.

C’è da osservare che dei nove monumenti funebri della Dacia, otto sono stati scoperti in località dove c’erano unità militari. Ad Apulum e Potaissa erano stanziate rispettivamente le legioni XIII Gemina e la V Macedonica. Questi insediamenti erano, d’altronde, anche importanti centri urbani cosmopoliti, dove il motivo/simbolo della Lupa poteva provenire per cause diverse, se non proprio poco chiare. In altre quattro località, gli accampamenti erano destinati alle truppe di ausiliari. Anche se le iscrizioni sulle stele dei monumenti funebri non si sono conservate, è possibile appartenessero ad altri veterani. Per spiegare questo motivo funebre sui monumenti ai veterani, ci sembra interessante parlare del monumento scoperto a Novae, sede della I legione Italica. Si tratta della base di una statua dedicata all’aquila della legione il 15 maggio del 208, e l’iscrizione nomina col sintagma signum originis la statua collocata sul rispettivo piedistallo. Si presuppone che sul piedistallo ci fosse proprio una statua della lupa insieme ai due gemelli, molto adeguatamente chiamata signum originis. Possiamo dunque immaginare che i veterani che ordinavano fosse scolpita sulla stele l’immagine della lupa con i gemelli non facevano altro se non conclamare, orgogliosamente, la loro qualità di cives Romani, la loro appartenenza al mondo romano.

Figura 2 – Museo di Târgu Mureş. Frammento di stele scoperta a Brâncoveneşti

Figura 2 – Museo di Târgu Mureş. Frammento di stele scoperto a Brâncoveneşti.

L’ultimo monumento che mettiamo in discussione e che oggi non esiste più, è stato visto sulla porta orientale della città di Alba Iulia nei secoli XVI-XVII. Era presente un rilievo raffigurante la Lupa capitolina con i gemelli. Siccome la città medievale ha conservato in gran misura il preesistente castro legionario antico, la rispettiva porta era stata la porta pretoria del castro. Dunque, sulla chiave di volta della porta principale, un’immagine della Lupa capitolina era molto adatta.

Questo bassorilievo è rimasto al suo posto dall’antichità fino alla prima metà del XVIII secolo, quando è stata edificata la fortezza in stile Vauban. L’immagine dell’antichità, che era resistita per 1500 anni, era proprio il simbolo della lupa.

L’idea di latinità del popolo e della lingua romena non è una scoperta della Scuola Transilvana, quel movimento intellettuale che nacque in Transilvania dopo l’unione di una parte della Chiesa ortodossa romena con la Chiesa romana sul modello già stabilito al Concilio di Firenze nel 1439.

Anzi, negli ultimi tempi insigni storici hanno pienamente dimostrato che ancor prima degli albori dell’Umanesimo molti viaggiatori si erano già accorti che i romeni erano gli eredi dei latini nelle terre dell’Europa carpato-balcanica e che, come tali, hanno conservato la specificità del latino e le tradizioni, vere o finte, dei coloni arrivati sui territori dei daci.

D’altro canto, già alla fine del Quattrocento si tentava di far accreditare l’idea che il nome stesso dei valacchi provenisse da quello del generale romano Flaccus, mentre i Corvini (alla corte di Mattia Corvino, a Buda, c’erano tra gli altri anche numerosi studiosi italiani), si ritenevano discendenti degli antenati latini Corvinus (= della gens Corvina). Come facilmente si può osservare, i tentativi di trovare un legame col mondo latino non mancavano. Col passare del tempo, nell’ottocento, già si dimostrava scientificamente, sulla base di documenti rinvenuti in sempre più numerose biblioteche, la comune origine degli italiani e dei romeni. Soltanto più tardi, però, nell’epoca del Risorgimento nazionale, i romeni hanno scoperto un altro importante elemento comune, che poteva rivelare la loro ascendenza: il simbolo della lupa, l’occasionale balia dei due bambini che sarebbero diventati i fondatori della futura capitale del mondo.

La celebre statua, conservata ancora nel Museo Nuovo del Palazzo dei Conservatori (vista negli anni ’30 dall’insigne scrittore romeno Liviu Rebreanu, in visita presso le alte gerarchie dello stato mussoliniano) si dimostrò capace di interessare le più ampie sfere della nazione romena negli anni in cui la storia dei territori danubiani cominciava a prendere una piega favorevole per la popolazione neolatina che vi abitava.

Il simbolo della romanità, dunque, fu sin dall’inizio collegato ad interessi di natura simbolica, sentimentale e politica, esaltando l’illustre discendenza, le virtù e la nobiltà dell’origine, con le gesta degli avi latini, simboleggiate da ciò che anche a Roma contribuiva a dar slancio ad un più determinato impegno per completare l’opera dell’unità nazionale.

Se da un lato i romeni erano interessati ad avere il simbolo della Roma eterna, la lupa, anche gli italiani erano interessati a propagandarlo, non soltanto nei Balcani, ma anche nel nuovo mondo (durante il ventennio furono donate numerose copie a diverse città americane, canadesi, del sud America, Australia ecc.), dove c’erano colonie italiane e dove lo stato italiano aveva interessi economici e politici. Tali interessi aveva anche in Romania, paese, allora, ricco di greggio, di frumento e boschi e dove esisteva già da parecchio tempo un nutrito e ben impegnato gruppo di emigranti italiani, che aveva contribuito a rafforzare i rapporti tra i più importanti rappresentanti dei due paesi.

La più antica delle attuali 26 “lupe romene” (ma la cifra può essere smentita da chissà quante altre copie di recente sistemazione) è quella di Bucarest, inaugurata l’8 settembre 1906 in occasione del 40° anniversario della ascesa al trono romeno del principe tedesco Carlo I (1866-1914) e per festeggiare i 1800 anni dalla conquista della Dacia dalle truppe di Traiano. In ordine temporale è la più “antica” delle lupe donate dallo Stato italiano ad un altro paese. Ecco come rispecchia questo momento la più importante testata giornalistica romena del periodo, Universul (il cui fondatore fu il vicentino Luigi Cazzavillan). Già nel numero 246, anno XXIV, di venerdì 8 settembre 1906, la prima pagina si apre con una fotografia della “lupa” e una breve spiegazione: Diamo oggi come illustrazione una fotografia del gruppo conosciuto col nome di La lupa del Capitolio, la cui riproduzione fusa in bronzo sarà donata oggi in modo solenne dalla Capitale d’Italia alla città di Bucarest. (…) L’attenzione della Roma latina verso la nazione latina sorella, di prender parte alle sue feste giubilari con un dono tanto prezioso è fatta per inorgoglirci nel profondo delle nostre coscienze.

Un giorno più tardi, lo stesso giornale offriva ampio spazio ad un articolo dal titolo La festa romeno - italiana che si era svolta alle Arene romane, dove era allestita una esposizione dedicata ai due avvenimenti festeggiati. Dall’articolo apprendiamo che: il dono era stato trasportato dal Palazzo delle Arti dove si trovava, alle Arene e lì il Sig. San Martino, vicesindaco di Roma l’ha consegnato alle autorità romene. Il cronista ci descrive con numerosi particolari uno scenario che poi si ripeterà in occasione di altri doni successivi: In mezzo alle Arene c’è un palco inquadrato dalle bandiere romena ed italiana. Vi prendono posto i sigg. Ministri Manu, Ion Lahovari, il generale Lahovari, il conte Arrivabene, segretario della legazione italiana, dr. Istrati, Kalinderu, Ciurcu, Obreja, Hepites, Davila, l’arcivescovo Pimen, Sfetescu, Cosacescu, N. Fleva e.a. La Colonia italiana di Bucarest è rappresentata dai Sigg.: Micca Ferrero (preside del Comitato di beneficenza insieme a tutto il comitato), Sig. Fantolli, preside della Scuola Italiana e. a. Quando il meraviglioso dono di Roma fu portato dentro, salve d’applausi scoppiarono da tutte le parti. La lupa era circondata dagli alunni della scuola italiana “Umberto e Margherita di Savoia” e dalla compagnia dei piccoli dorobanţi (fanti) di Greaca (Ilfov). Furono intonati gli inni nazionali.

Seguirono poi i discorsi ufficiali. Il vicesindaco San Martino, evocando i diciotto secoli dalla conquista della Dacia affermava di trovarsi a Bucarest per portarvi il saluto materno di Roma, della grandiosa e antica Urbe che si ricorda e ama tutti i suoi figli. I quali hanno conservato, con tutte le vicissitudini patite lungo i secoli, lo spirito latino ed evocava i significati della festa a cui prendeva parte: Voi festeggiate nello stesso giorno di gloria la vostra origine latina, la vostra indipendenza nazionale, il vostro prode re la cui saggezza vi ha portato nel paese una meravigliosa prosperità. Per San Martino la lupa simboleggia la patria Italia e doveva evocare che milioni di anime battono all’unisono con le vostre, che, veramente, sono vostri fratelli.

Il discorso di ringraziamento del Ministro dei Domini della Real Casa, Ion Lahovari, si conclude con le parole Viva Roma ed Italia! Viva i popoli latini!

Furono spediti tre telegrammi di ringraziamenti al re Carlo, al re Vittorio Emanuele III e al sig. Cruciani Alibrandi, il sindaco di Roma, e i discorsi continuarono con gli interventi del dr. Ciurcu e del sig. Fantolli.

Il “dono di Roma” sarà nuovamente all’attenzione del giornale Universul nel suo numero del 13 settembre, nell’articolo intitolato Una manifestazione latina, da cui riproduciamo una frase significativa, estrapolata da parte del giornalista dal discorso del ministro Lahovari: Il giorno in cui l’Impero romano ha cessato d’esistere, è sparito, è vero l’impero materiale, ma la conquista delle anime, dei cuori e degli spiriti è sopravvissuta.

Dalle Arene romane la statua fu trasferita, due anni più tardi, in piazza San Giorgio (allora Piazza Roma) e successivamente in Dealul Mitropoliei (1931), in piazza Dorobanţi (1965) e nel 1997 in piazza Romana. Due anni fa fu nuovamente spostata in viale I.C. Brătianu, dove per ora si è fermata! Parecchie volte fu saccheggiata dei due gemelli, sempre ritrovati e rimessi al loro posto!

L’unità nazionale romena ha generato un ampio slancio in tutta la popolazione ed ha presupposto la necessità di avere altre lupe: così, subito dopo la prima guerra mondiale in cui i due paesi furono alleati, nel 1921 Roma donò alla Grande Romania altre lupe: a Cluj, a Chisinău e a Timişoara. Esse hanno avuto destini diversi: quella di Chisinău è stata fusa dai sovietici dopo l’occupazione della Bessarabia nel giugno 1940, quella di Cluj, di cui ci occuperemo di seguito, fu portata a Sibiu nel periodo della cessione della Transilvania del nord-ovest all’Ungheria (1940-1944) e ivi riportata dopo la seconda guerra mondiale, quella di Timişoara, inaugurata solo il 23 aprile 1926 è rimasta in piazza della Vittoria (con una breve interruzione, dovuta all’intervento di Mussolini a favore degli ungheresi per mettere in atto il Diktat di Vienna - 30 agosto 1940).

Nel 1924 il sindaco della città di Târgu Mureş, Emil Dandea, si era rivolto allo scultore Ioan Schmidt Faur, che realizzava una copia della lupa di Bucarest. Sul piedistallo, dovuto all’ingegnere E. Metz, c’è il seguente testo: Alla latinità - città di Târgu Mureş - 1924. All’inaugurazione del monumento, il sindaco Dandea affermava: il monumento della latinità simboleggia la coscienza della nostra latinità che molto ha contribuito a conservare la coscienza nazionale del popolo romeno, e, dunque, a realizzare il nostro millenario ideale.

Nel 1940 la lupa fu trasferita a Turda, dove rimase fino agli inizi degli anni ‘90.

Dappertutto l’inaugurazione del monumento della lupa attirava un numeroso pubblico, così come non mancavano importanti personalità a livello nazionale (ad esempio a Timişoara era presente Vasile Goldiş, allora Ministro dei Culti e Grigorie Trancu - Iaşi, Ministro del Lavoro, ufficialità varie, corporazioni, studenti, militari, artisti).

Come già affermato, oggi in Romania si trovano numerose copie della lupa “latina”, orgoglio delle comunità locali, perché in possesso del simbolo dell’unità latina. Ecco alcune: Brasov, Alba Julia (fig. 3), Turda (1992), Blaj, Târnăveni, Luduş, Brad, Dej, Năsăud, Sighişoara, Constanţa, Galaţi, Maieru, Leşu, Cristeştii Ciceului, Săcele (1999). La lupa di Galaţi è una copia realizzata dallo scultore Gheorghe Terescenco nel 1992 e si trova davanti al palazzo dell’Università.

Figura 3 – Alba Iulia, Lupa capitolina collocata il 1° dicembre 1993 nell’attuale piazza Alessandria

Figura 3 – Alba Iulia, Lupa capitolina collocata il 1° dicembre 1993 nell’attuale piazza Alessandria.

A Satu Mare si sono avvicendate due statue della lupa. La prima, inaugurata nel 1936 è sparita nel 1940, dopo la cessione della Transilvania all’Ungheria, la seconda è del 1992, copia della statua della lupa di Turda e Târgu Mureş. Sul piedistallo c’è la scritta: Romaniae virtuti in Dacia Redivive Sacrum.

Vediamo ora una delle lupe che doveva costituire un gruppo statuario più complesso.

Nella redazione e a cura di Romolo Artioli, l’editore Franco Campitelli di Foligno, pubblicava nel 1926 il volume Italia - Romania che si apriva con una serie di fotografie che rappresentavano le famiglie reali italiana e romena e diversi uomini politici tra i più noti del periodo, appartenenti alle due nazioni. Il testo del volume inizia con un’avvertenza intitolata Ai lettori, firmata dallo stesso Artioli, nella sua veste di presidente dell’Unione Storia ed Arte, anima dell’indimenticabile viaggio intrapreso tra il 12 agosto e il 20 settembre 1921 da un folto gruppo di italiani (104) nella pro latina Romania.

Gli autori del volume sono tutti gitanti, compresi i fotografi, e appartengono alla comitiva delle forze che avevano compiuto quel viaggio come un pellegrinaggio di amorosa latinità. Le motivazioni della pubblicazione sono sentimentali (non volli che esso [viaggio n.d.a.] cadesse nel dimenticatoio) ma anche pratiche (facendo […] conoscere al popolo d’Italia che cosa è la grande Romania, attualmente). E, di più, il volume doveva rispondere ad un altro desiderio di grande importanza: raccogliere cioè tutte le forze italiane pro-romene (L’Istituto Italo-Romeno da me, dopo ripetuti tentativi - nel 1910, nel 1919 e nel 1922 - testé fondato, compirà l’opera, continuando, disciplinando ed aumentando i nostri sforzi, col raccogliere, in un saldo fascio, tutte le forze italiane pro Romania).

A parte un’evidente partecipazione affettiva, gli improvvisati autori si cimentano nell’analisi degli aspetti considerati fondamentali ed illustrativi per un paese scoperto con tanta meraviglia in altrettanti attenti “reportages” analitici, fanno progetti Per l’Intesa Italo-Romena (Tommaso Fracassini), analizzano persino le prospettive politiche della Romania. Ad es. Armando Casalini da cui citiamo: Eppure non solo l’interesse economico e commerciale, ma le stesse ragioni storiche di esistenza dell’Italia dovrebbero spingere le nostre classi dirigenti ad esaminare il problema dei nostri rapporti con la Romania!

Perché la guerra ha troncato, come la spada di Alessandro, il nodo Gordiano di molti problemi che affaticavano l’Italia, ma all’Italia stessa ne ha aperti altri che non sono meno terribili e paurosi di quelli risolti.

Il militarismo prussiano è cadavere e l’Austria, prigione di popoli, è infranta, ma sulle ruine (temporanee?) del pericolo tedesco sorge il pericolo slavo. E la Russia, oggi ridotta a fantasma dai bolscevichi, risorgerà domani più potente e più impregnata di nazionalismo a sostenere gli Slavi del Sud, già affacciati nell’Adriatico. La Romania sente istintivamente il pericolo di essere presa in mezzo a queste due correnti slave e invoca la sua sorella maggiore in latinità: l'Italia.

Luigi Adamo nel testo Impressioni di viaggio registra i sentimenti provati dai gitanti ed è messa in risalto la tradizionale ed eloquente ospitalità e fratellanza dimostrate dappertutto, tanto nelle città marinare e del Danubio (Constanţa, Brăila, Tulcea, Galaţi) quanto in Moldavia (Iaşi, Cernăuţi, Bacău, Adjud, Băicoi, Mărăşeşti, Focşani), che in quelle transilvane e del Banato (Braşov, Sibiu, Cluj, Arad, Timişoara, Reşiţa), o della Valacchia (Ploieşti, Câmpina, Turnu Severin, Segarcea, Craiova, Curtea de Argeş, Piteşti, Bucarest). Lungo questo tragitto che tocca quasi tutte le province storiche romene - ad eccezione della Bessarabia - il gruppo italiano è stato accolto con la massima cortesia e disponibilità dalle popolazioni locali e dalle rispettive autorità, da diverse società patriottiche, da numerosi comitati di accoglienza, e da un pubblico non strumentalizzato.

L’Archivio di Stato di Cluj, nel Fondo del Comune, conserva alcuni documenti del periodo. Il primo (foglio n. 83) è una lettera spedita da Roma, il 29 agosto 1921, All’onorevole Sindaco di Clus, firmata dal prof. Romolo Artioli su carta intestata L’Italia in Romania. Viaggio d’italiani in Romania, con cui il sindaco transilvano era informato che La Comitiva d’italiani che si reca in pellegrinaggio di fratellanza e di cultura in Romania, ha richiesto, ed ottenuto, dal Sindaco di Roma, una esatta e fedele copia in bronzo, della storica lupa arcaica del Campidoglio. Dono cospicuo per valore morale, e materiale anche. Desideriamo che il simbolo della latinità trovasse posto in cotesta illustre e patriottica città.

Il prof. Artioli, informatissimo sulla planimetria della città transilvana grazie alle informazioni avute dal giovane ingegnere romeno Emiliu Buja che studiava a Roma e il cui nome è perentoriamente indicato nella lettera, precisava anche il posto dove collocare la statua: nella Piazza dell’Università o in quella località che Ella, On.le Sindaco credesse più degno ed opportuno [sicuramente la parola “località” è un errore dell’autore, n.d.a.]. In questo ordine di idee, proseguiva l’Artioli, La città di Clus, dovrebbe provvedere d’urgenza alla costruzione di una base, in pietra od (!) cemento (possibilmente in pietra) per ricevere e completare la classica opera; per dirigere i lavori sarebbe presto arrivato a Cluj il Sig. Buja per combinarne e dirigerne la costruzione. Sempre in questa occasione, il prof. Artioli comunicava al sindaco romeno che la comitiva italiana sarebbe giunta per l’inaugurazione del simbolo latino i primi giorni di ottobre.

A Cluj, ad esempio, come fecero d’altronde in altre tre città (Bucarest, Timişoara, Constanţa), i gitanti donarono al Comune una copia di bronzo della celebre Lupa capitolina, regalo del Comune di Roma madre, che sarebbe stata inaugurata in un luogo adatto, nella piazza dell’Unità, davanti alla statua di Mattia Corvino, alla presenza di un numerosissimo pubblico ivi confluito per salutare tanto gli ospiti quanto il loro simbolico regalo. Ma ecco cosa succedeva nella città transilvana in questa occasione, secondo quanto ricordato cinque anni più tardi da uno dei coautori del volume: Nella mattinata del 28 settembre attraversavamo già le belle pianure transilvane. Alle ore 8 precise giungemmo a Cluj, alle cui autorità del luogo consegnammo la leggendaria lupa, donata dal Municipio di ‘Roma Madre’ alla Capitale della Transilvania. Alla simbolica lupa era stato innalzato un magnifico basamento sulla maggiore piazza della città, basamento fatto studiare a Roma dall’Artioli e dall’ing. romeno Emilio Buja, ed il monumento venne inaugurato in quella stessa mattina alla presenza di oltre settanta mila persone, con lo schieramento di tutte le truppe del presidio, comandate dal generale Petala, e lo sfilamento delle scuole e dei sodalizi locali.

La cerimonia si svolse nella forma ufficiale più solenne: tutte le autorità erano ivi convenute: civili, militari ed ecclesiastiche (p. 34).

Infatti, nel volume saranno incluse quattro fotografie scattate nella nostra città: Cluj - Costumi locali (p. 34), La consegna della Lupa di Roma alla città di Cluj (l’intera p. 35), Cluj - Dopo l’inaugurazione della Lupa di Roma (p. 36) e Il simbolo di Roma sulla piazza di Cluj (p. 37) che testimoniano con la loro forza evocativa quanto era avvenuto in città in quell’occasione: Il Sindaco di Cluj, dottor Julian Pop, con la sciarpa, si pose ai piedi del monumento. I militari indossavano l’alta uniforme, e tutti gli astanti, a capo scoperto, durante la cerimonia, rimasero immobili e silenziosi. Un lungo e nutrito applauso proruppe all’atto in cui venne tolta la tela che copriva il monumento. Si ristabilì subito un profondo silenzio, allorquando il Presidente prof. Artioli iniziò il suo dire per consegnare, a nome della città di Roma, il monumento alla città di Cluj. Egli - improvvisando come sempre durante il nostro viaggio - con voce squillante e con alto sentimento di romanità, sintetizzò la storia della lupa, di Roma e dell’Italia, dimostrando eloquentemente come la latinità sia rimasta la face più alta e più luminosa attraverso tutti i tempi, del progresso civile ed umano. (...) Dagli innumerevoli balconi dei palazzi rigurgitanti specialmente di signorine, le quali pur non conoscendo la lingua italiana intuivano - dagli ampi gesti dell’oratore - il significato del suo discorso, si gettarono fiori in grande quantità. La fine del concettoso, breve e smagliante discorso, oltre che da frenetici urrà, venne coronato da scroscianti applausi. Rispose ringraziando, con elevate parole, il Sindaco della città, che prese in consegna il monumento. Dopo altri discorsi vi fu lo sfilamento delle truppe, delle scuole e delle associazioni davanti al monumento circondato dal gruppo degli escursionisti, dallo stendardo della ‘Storia ed Arte’, dalle bandiere e dalla musica militare che suonò alternando gli inni italiani e romeni”.

Abbiamo visto come si era svolta la festività. Sempre all’Archivio di Stato di Cluj c’è un altro foglio (n. 82), un abbozzo della traduzione in italiano del documento rilasciato dal Consiglio locale di Cluj il 20 ottobre 1921, con cui il sindaco di Roma era informato dal suo omologo romeno che Questo prezioso dono, avrà, oltre il suo valore materiale e storico, un valore morale, il cui significato sarà apprezzato non soltanto da noi romeni, ma anche dai nostri nemici di ieri. Il monumento è stato innalzato nella Piazza dell’Unione di Cluj, il più bello e il più adatto posto della nostra città per un monumento di così alto valore storico. L’inaugurazione è stata fatta in presenza d’una assistenza di 25-30.000 uomini, costituendo questo fatto una splendente manifestazione dei nostri sentimenti verso il nobile popolo Italiano.

Ma ecco ora come pensavano le autorità romene di inquadrare la lupa, per darle maggior visibilità. Grazie all’intervento dello stesso giovane ingegner Emiliu Buja, (apprendiamo sempre dai documenti scoperti nell’Archivio di Stato di Cluj), il Comune entra in relazione con lo scultore Ettore Ferrari, professore e direttore del Regio Istituto di Belle Arti di Roma, cui chiede di realizzare alcuni ‘medaglioni’ per abbellire la città. A questa domanda il Ferrari risponde con una lettera datata i primi di dicembre 1923, registrata dal Comune il 14 dello stesso mese, nella quale dichiara il suo accordo per realizzare le opere qui dovent decorer la base de la Loupe Capitolina qui est dans cette Ville. Sempre in quest’occasione le due parti discutono per la prima volta anche il prezzo: et lui [cioè l’ing. Buja, n.d.a.] m’a prié de vous notifier le prix pour le foudre en bronze. En consequence je me preste de vous dire que la dépence pour la fusion en bronze des soudites medallions qui represent l’impereur Traian et l’Aigle romaine, compris le formes en platre che sarebbe stato pari a lit. 3.000, l’autore rinunciando ai compensi per il suo lavoro: Comme j’ais dit a Mr. Buja je vous confirme bien volontier, que je ne demande rien pour mon travail heureuse de cooperer a cette affirmation de fraternité parmi Rome e la Roumanie.

Davanti a questo inaspettato gesto di amicizia, il Comune risponderà tre mesi più tardi, con la lettera del 4 marzo 1924, firmata dal vicesindaco Octavian Utalea, e la cui versione italiana si è conservata: Il Consiglio Comunale della città di Cluj apprende con viva soddisfazione, da Vostra lettera, che i bassorilievi con quali Ella, con latino entusiasmo ha ben voluto di arricchire la nostra città, sono già pronti. Il costo del materiale, che sotto il maestramento del Suo ingegno, ha preso le forme imperiture dell’arte che è inapprezzabile, e mandiamo al Vostro indirizzo /3000 - tremila lire/.

Il Consiglio comunale esprime i sentimenti dei cittadini, felici di avere nella loro città l’opera del più grande scultore del mondo. Il suo nome, insieme alla sua opera vivranno sempre nella Dacia Traiana ed è questo con cui possiamo noi ringraziarVi.

Evidentemente il carteggio conservato è incompleto: da Roma, il 3 agosto 1925 Ettore Ferrari comunicava i prezzi dei bassorilievi (fig. 4) ma anche dei busti di Decebalo e di Traiano che dovevano essere fusi sempre sull’ordine del Comune di Cluj: per ciascuno dei due il Comune avrebbe dovuto pagare lit. 3000 (fig. 5). In questa situazione il costo totale dei medaglioni e dei due busti sarebbe salito a lit. 9.000 come scrupolosamente è annotato da un funzionario del Comune sulla seguente lettera di Ettore Ferrari datata in Roma, 24 maggio 1926, con cui lo scultore, domiciliato ancora in via A. Valenziani 10 comunicava di credere conveniente dans le meme temps de vous prier d’observer que les prix des bustes selon ma lettre du 3 Aout 1925 est Lit. 3.000 pour chacun, c’est a dire lit. 1000 pour la copie en terre d’apres l’ancien et son moulage en platre, et Lit. 2000 pour la fusion en bronze: - je vous sarai bien obligé d’avoir sur cela un mot d’assurance. In questa occasione lo scultore chiedeva un anticipo di 3000 lire tramite la legazione di Romania in Roma o un assegno personale alla Banca d’Italia: le residu quand les oeuvres seront complètement finies; queste opere saranno concesse entro quattro mesi. Per quanto riguardava il trasporto, non c’erano difficoltà, affermava lo scultore, dato che en est abitué a cette chose. A questa lettera tarderà la risposta del Comune di Cluj; ciò che obbligherà lo scultore di farne riferimento nella successiva del 24 luglio 1925, pour commencer les modèles des bustes que vous désirez aussi en bronze.

Il 13 settembre 1926 il Comune, riunitosi in assemblea sotto la direzione del sindaco Teodor Mihaly, decide di approvare la somma di 3.000 lit. da trasmettere allo scultore romano, domiciliato ancora al n. 10 di via Valenziani, come anticipo per i lavori da eseguire.

Figura 4 – Medaglione con busto di Traiano (Ettore Ferrari, 1927)

Figura 4 – Medaglione con busto di Traiano (Ettore Ferrari, 1927).

Si conserva anche l’abbozzo della lettera del 15 febbraio 1928 Al Egr. Sig. Ettore Ferrari, Roma, Via A. Valenziani 6, quale risposta ad un’altra lettera da lui mandata il 2 febbraio dello stesso anno. Nella risposta si afferma che abbiam l’onore di farle sapere che il Municipio di Cluj mantiene l’ordinazione fatta a V.S. secondo il tenore della di lei lettera in data marzo 1926, vale a dire i busti in bronzo di Traiano e Decebalo, nonché i due medaglioni della statua della ‘Lupa’ che è in Cluj, al prezzo totale di 9.000 lire italiane della qual somma è stata corrisposta a V.S. un anticipo di lire 3.000. Allo scultore romano si comunicava che La residua somma di Lit. 6.000 sarà trasmessa a mezzo della banca “Albina”, a lavoro compiuto, e siccome Ella ci ha fatto sapere in una delle sue precedenti che sarebbe stata in grado di portar a termine i busti in quattro mesi, speriamo di poterli avere a Cluj nel mese di luglio al più tardi.

La corrispondenza s’infittisce perché il 22 febbraio del 1928 il Ferrari si rivolge nuovamente al Comune con la seguente lettera: Onorevole Signor Sindaco, Ringrazio la Sua Vossignoria della cortese lettera del 15 corrente: ricevuta quest’oggi nella quale si compiace notificarmi l’accettazione di quanto Le proposi nel Marzo 1926. Le confesso da mia parte di avere ricevuto Lire it. 3000 in acconto del nostro lavoro ed accetto che le restanti lire 6.000 mi siano rimesse quando i due medaglioni ed i due Busti saranno terminati; confermo, altresì che tutto il lavoro sarà compiuto in 4 mesi e cioè nel giugno venturo.

Farò con amore del mio meglio affinché la Sua Vossignoria e cotesta illustre cittadinanza sia soddisfatta dell’opera mia.

Con devoti ossequi.

Della Sua Vossignoria devotissimo, Ettore Ferrari.

Infatti l’artista romano mantiene la promessa tanto che il 9 giugno 1928 notificava al Comune che tra pochi giorni saranno terminati i busti di Traiano e di Decebalo e pronti per la spedizione. Prego intanto la S.V. a significarmi a chi devo fare la consegna dei Medaglioni e dei busti in bronzo e ricevere, come d’intesa, il residuo della spesa; penso che potrebbe incaricarsi la Legazione Rumena od il Console che sono in Roma. Pochi giorni più tardi, con la lettera del 27 giugno 1928 il sindaco era informato che ò il piacere di notificarle che i due busti e i 2 medaglioni sono completamente finiti in bronzo e pronti per la spedizione. Torno quindi a pregare la S.V. di significarmi a chi devo farne la consegna secondo gli accordi presi e quanto Le dissi nella mia surriferita lettera.

Un mese più tardi, il 29 luglio 1928, il Ferrari si rivolgeva nuovamente all’"eccellentissimo signor sindaco": Non avendo ricevuto nessuna risposta alla lettera che inviai alla S. V. il 9 ed il 27 dello scorso giugno devo supporre che una ragione speciale impedì di riscontrarle, o che, sebbene raccomandate non giunsero a destinazione, o che andò smarrita una sua cortese risposta, e gli chiedeva di dirgli a chi doveva consegnare i lavori.

Figura 5 – Busti di Decebalo e Traiano (Ettore Ferrari, 1927)

Figura 5 – Busti di Decebalo e Traiano (Ettore Ferrari, 1927)

Il primo agosto 1928 lo scultore confermava la ricevuta della "pregiatissima" del 25 luglio e si impegnava a eseguire subito le casse e l’imballaggio dei quattro bronzi.

Già il 6 agosto 1928 lo scultore rilasciava la seguente quietanza liberatoria: Io sotto dichiaro di aver ricevuto dall’Eccellentissimo Signor T. Mihali, Sindaco di Cluj, per mezzo dell’Ill.mo Sig. Barbu Constantinesco, Incaricato d’affari di Romania, la somma di lire italiane 6.000 (seimila) a saldo completo del compenso convenuto per l’esecuzione in bronzo, da me assunta, di un busto di Traiano, di un altro di Decebalo, di un medaglione rappresentante l’Aquila Romana e di un altro rappresentante Traiano, destinati ad esser collocati sul piedistallo della Lupa capitolina in Cluj. I suddetti bronzi saranno, senza dilazione, da me spediti al sullodato Sig. Sindaco.

Dico: Lit. 6.000.

Tre giorni dopo, confermava la spedizione delle due casse contenenti i due busti e i medaglioni, la cui fusione in bronzo - riuscita benissimo - saranno di piena soddisfazione della S. V.; ed io sarò lietissimo che l’opera mia avrà cooperato all’omaggio imperituro che codesta nobile cittadinanza rende a Roma immortale quale ricordo della sua origine.

I busti e i bronzi sono arrivati a destinazione: il medaglione di Traiano è stato incastrato nel piedistallo della Lupa capitolina di Cluj; l’aquila romana fu portata a Timisoara nel 1940 quando la Transilvania subì il Diktat di Vienna ed ora abbellisce la Lupa capitolina del capoluogo del Banato; infine, i due busti di Traiano e Decebalo, i quali dal 1928 al 1940 furono messi nella sala di Consiglio del Comune di Cluj, furono portati nel 1940 a Turda, dove per lunghi anni furono custoditi nel locale Museo di Storia. Oggi, riportati a Cluj, si trovano al Museo di Storia della Transilvania, e attendono ancora una sistemazione adeguata. La stessa lupa tra il 1940-1944 fu portata, per motivi di sicurezza, a Sibiu. Dopo la guerra, per lunghi anni non fu più esposta. Nel 1967 l’insigne archeologo Constantin Daicoviciu, a quei tempi magnifico rettore dell’Università di Cluj, riuscì ad avere il permesso di innalzarla davanti all’entrata principale dell’Università, dove rimase fino al 1973, quando fu riportata nella piazza dell’Unità. Da lì fu nuovamente spostata alcune decine di metri fino all’intersezione tra il viale degli Eroi e piazza dell’Unità dove è rimasta fino al 1994 quando fu nuovamente obbligata a spostarsi, sempre in viale degli Eroi, dove è rimasta fino al 2006. Nel 2008, finalmente, fu collocata sempre in viale degli Eroi, di fronte alla cattedrale greco-cattolica.

Notes

[1] Bărbulescu 2003.