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L’idea di Roma nel Regno d’Italia sino alla Mostra Archeologica del 1911

by Enrico Silverio

Ridare per la prima volta a Roma tante disperse vestigia della sua civiltà, ricostruire, pur nel breve ambito di una Mostra, la linea grandiosa del confine dell’Impero, sarà senza dubbio uno dei più nobili vanti della Nazione italiana [1]. Questa frase è tratta da un anonimo intervento redazionale dal titolo La Mostra Archeologica nelle terme diocleziane. Tempio di "Roma ed Augusto" ad Ancyra, presente nel primo fascicolo, pubblicato nel giugno del 1910, del primo numero della rivista Roma. Rassegna illustrata della esposizione del 1911. Ufficiale per gli atti del Comitato esecutivo. Arte, Archeologia, Etnografia, Storia, l’organo ufficiale del Comitato esecutivo per le feste del 1911. La frase presenta notevoli spunti di interesse per il tema che dobbiamo affrontare perché, come si nota agevolmente, essa ha il pregio di avvicinare e porre in armonica relazione due elementi in linea di principio invece inconciliabili: le idee di impero e di nazione. Se infatti l’impero è una comunità sovrannazionale, la nazione, specie quando si incarna in uno stato e soprattutto in un periodo storico quale quello in cui si collocano le cerimonie del 1911, ne costituisce l’antitesi storica per eccellenza[2].

Nondimeno, l’intero complesso delle idee di Roma che attraversano il Regno d’Italia sino alla Mostra Archeologica nelle Terme di Diocleziano, termine temporale di questo contributo, si connota proprio per la presenza di tale antitesi ed anzi quello che maggiormente stupisce è come essa non sia affatto avvertita in quanto tale, come cioè non si rilevi nella maggior parte dei casi nessuna inconciliabilità tra l’idea di Roma antica, cioè ecumenica, e quella di stato nazionale italiano con capitale Roma. Di ciò costituisce un riscontro evidente la circostanza che la grande mostra sulle province imperiali venne inserita proprio nel quadro delle celebrazioni del cinquantenario della nascita del Regno d’Italia[3]. (fig. 1).

Figura 1 - Gli stemmi delle città di Roma e Torino uniti ed impiegati nell’incipit della prima parte dell’articolo di R. Giovagnoli dedicato ad illustrare le sedute della Camera dei Deputati del 25-27 marzo 1861 (da Roma. Rassegna 1911, I, n. 12 - 1910, p. 2)

Figura 1 – Gli stemmi delle città di Roma e Torino uniti ed impiegati nell’incipit della prima parte dell’articolo di R. Giovagnoli dedicato ad illustrare le sedute della Camera dei Deputati del 25-27 marzo 1861 (da Roma. Rassegna 1911, I, n. 12 - 1910, p. 2)

Nelle diverse idee di Roma che attraversano il Regno d’Italia sino al 1911 non mancano certo atteggiamenti contrari che si risolvono in più o meno netti rifiuti dell’eredità classica, mentre all’interno delle correnti invece, per così dire, "favorevoli" a Roma, si può notare la coscienza della necessità di inserirsi in una tradizione universale, ma in fondo mai il senso dell’antitesi tra stato nazionale e passato universale. In ciò, infatti, molta parte gioca il sentimento della ritenuta continuità territoriale e geografica tra Roma antica e Roma attuale, tra l’Italia antica e l’Italia attuale e contemporaneamente molto rileva l’idea di Roma come tappa essenziale di un Risorgimento che coincide con una rinascita nazionale delle sopite virtù antiche, che sono però anche virtù universali, rese attuali e, da parte di molti, poste a base del futuro[4].

Per comprendere quale sia stata l’idea di Roma nella Mostra Archeologica e come vi si giunga, occorre dunque ripercorrere come essa si sia connotata nel Regno d’Italia sino al 1911. Più precisamente, anzi, si tratta di evidenziare quali siano state le diverse idee di Roma giacché, è opportuno chiarirlo sino da subito, non esistette una sola idea, diremmo "univoca", di Roma, ma diverse. Non pare anzi esagerato affermare che esse furono almeno tante quante le correnti del Risorgimento italiano ed in seguito le divisioni politiche dell’Italia unita.

Quindi, un primo elemento da porre immediatamente in chiaro è come, nelle correnti di pensiero favorevoli alla Città, l’idea di Roma sia inestricabilmente connessa a quella della Grande o Terza Italia, come essa attraversi l’intero Risorgimento quale caratterizzato dal binomio patria e libertà, per giungere infine, tenuto conto del limite cronologico che qui mi sono prefisso, all’inizio del XX secolo, contraddistinto invece dal nuovo nesso potenza-espansione[5]. In ciascuna di queste fasi Roma sarà in un rapporto costante con l’Italia, tanto che quest’ultima nella maggior parte dei casi non potrà essere pensata senza Roma stessa.

Si tratta quindi di una Terza Roma italiana e "la grandezza della nuova Roma" era "qualcosa di identico alla grandezza di tutta l'Italia", era cioè la grandezza che derivava a Roma "dall'essere oggi l'emblema dell'unità nazionale" [6]. In un sottile equilibrio che, come vedremo, coniuga l’affermazione del principio di nazionalità italiana con quello della missione universale di Roma, Terza Roma e Terza Italia si identificavano tra di loro in modo inestricabile. In questo senso, appaiono certamente significative del rapporto dell’Italia con Roma antica anche le parole di uno dei più pessimisti fra gli uomini politici della Terza Italia, il meridionalista ed uomo politico dell’Italia unita Giustino Fortunato, secondo cui l’Unità nazionale era pur sempre quanto di meglio e di più nobile abbia avuto l’Italia da Roma imperiale in poi [7].

Nell’ambito delle celebrazioni del 1911 un riscontro di ciò è fornito dal rilievo e dal significato stesso accordato alla città di Roma pur all’interno di una manifestazione tutto sommato dedicata al cinquantenario del Regno d’Italia, come del resto si evince immediatamente anche solo scorrendo le copertine e le pagine interne della rivista Roma. Rassegna 1911, cariche di rimandi suggestivi al rapporto Roma antica-Roma moderna o dedicate all’illustrazione delle allegorie di Roma realizzate per l’evento e collocate nelle sfarzose architetture sedi delle diverse esposizioni[8].

Tuttavia in precedenza, al di fuori dell’ambito ecclesiastico e religioso, l’idea di Roma si presentava ancora al principio del XIX secolo in chiave antiquaria, ovvero legata soltanto alle memorie della città, cioè ad un passato grandioso che ispirava poderose e profonde riflessioni, ma che in definitiva la rendeva ancora lontana dal costituire una premessa per un futuro sviluppo, una sorta di trampolino di lancio verso l’avvenire. In questo senso appaiono estremamente significative le parole di Goethe datate al 1° novembre 1786: Sì, finalmente mi trovo in questa capitale del mondo! […]; ovunque vado, scopro in un mondo nuovo cose che mi son note; [...]. Altrettanto dicasi delle mie osservazioni, delle mie idee. Non ho avuto alcun pensiero assolutamente nuovo, non ho trovato nulla che mi fosse affatto estraneo; ma i vecchi pensieri si sono fatti così definiti, così vivi, così coerenti, che possono valere per nuovi [9].

Una Roma antiquaria dunque, in cui l’elemento di novità ha sede nella sensibilità del viaggiatore e si giustifica esclusivamente con l’opportunità di vedere la Città dispiegarsi viva innanzi a lui[10].

È invece proprio con il Risorgimento nazionale che l’idea di Roma si modifica decisamente e, partendo inizialmente dalle correnti di pensiero che coniugano l’Italia moderna non solo con la Roma antica ma anche con i valori della Roma cristiana e cattolica, prende avvio quella conciliazione di opposti che consiste nel vagheggiamento o nella celebrazione di una missione universale per la nuova Roma italiana. Secondo questi diversi filoni di pensiero, pur con diversi sviluppi e con diverse declinazioni, la Roma italiana dovrà farsi faro nel mondo del nuovo binomio patria o nazione, e libertà. In linea generale, per Roma si tratterà allora di recuperare per la terza volta una funzione universale, dopo averla espletata già due volte in passato come sede dell’impero e del cattolicesimo.

Questi elementi sono già presenti in Vincenzo Gioberti, massimo esponente del neo-guelfismo, in cui è palesata, sino dal titolo della sua opera principale del 1843, anche la nozione di "primato morale e civile degli Italiani", che spetta loro proprio in forza della tradizione cristiana e che tuttavia li chiama a rinnovate responsabilità. Dopo essersi soffermato su come in Roma si uniscano armonicamente i resti del paganesimo e l’attualità del Cristianesimo e come l’Urbe sia rappresentativa dell’universo, il patriota scriveva: Salve, o Roma, città di memorie, ma più ancor di speranze, poiché tu sola contieni in germe l’unità d’Italia e del mondo. Ed ancora: Fuori di te l’unità del genere umano è un’astrattezza insussistente, un presupposto chimerico, un delirio ridicolo; imperocché, senza il tuo aiuto, niuno può dar corpo, eziandio nel suo pensiero, a questa incognita indistinta, né indicare la via o fermare la meta. Ed infine: In te ragionevolmente il savio si affida, perché le tue opere sono mallevadrici delle promesse, […]; avendo tu per due volte già incominciata e condotta molto innanzi la concordia delle nazioni. Resta che tu la tenti per la terza volta e la rechi a compimento, […].

Certo, non poche difficoltà si frappongono alla realizzazione di questa missione, ma nulla possono sull’animo di quelli, che prestano fede alle sorti immortali del Campidoglio e del Vaticano; una missione in cui Roma è legata all’Italia in modo indissolubile: Piantata in mezzo all’Italia, tu sei il comune ritrovo dei figliuoli di essa; […]. Questa Italica concordia sarà un giorno da te suggellata con nodi ancor più tenaci, e non perituri, e tutta Italia diverrà romana, come oggi tu sei italiana e il fosti sin dai tempi più remoti, di cui si abbia memoria [11].

L’idea di una Terza Roma italiana, destinata ad essere fattore di mutamento nel mondo dopo la Roma dei Cesari e quella dei Papi è, come ben noto, propria anche del pensiero repubblicano e democratico di G. Mazzini, anzi è da lui grandemente sviluppata in modo diverso da quello di V. Gioberti e nella versione della Roma del Popolo. Il pensiero su Roma dell’apostolo del Risorgimento è molto conosciuto, ma è necessario soffermarci qui su di un passaggio delle sue Note Autobiografiche che ci introdurranno alla Repubblica Romana del 1849, cioè alla vicenda allo stesso tempo la più gloriosa del Risorgimento italiano ma, sino da subito, contemporaneamente anche la più difficile da gestire per l’Italia che si avviava definitivamente ad essere unificata dalla monarchia sabauda.

Infatti dopo la ben nota frase da Roma escirà quando che sia la trasformazione religiosa che darà, per la terza volta, unità morale all’Europa, Mazzini riprendendo una polemica mai sopita dai giorni della repubblica del ’49, afferma: Fu scritto che noi, vincitori un istante, proclamammo la repubblica romana, non l’italiana. L’accusa è stolta. […]. Ridestare l’Italia contro l’eterno nemico; […]; era quello il mio disegno. Preparare la resistenza a un pericolo che poteva essere imminente e preparare a un tempo l’azione futura se quel periodo non si verificasse, era ciò ch’io adombrava dicendo in quei giorni all’Assemblea: Bisogna lavorare come se avessimo il nemico alle porte e a un tempo come se si lavorasse per l’eternità[12].

Tralasciando volutamente il pensiero su Roma di Giuseppe Garibaldi, anch’esso già assai noto[13], mi piace invece soffermarmi su alcuni elementi della Repubblica Romana del 1849 che dimostrano ancora una volta come Roma si rendesse il centro di un coagulo di valori universali pur all’interno di un processo di unificazione nazionale che resta italiano[14]. Innanzitutto è significativo come la Repubblica presenti una nozione di cittadinanza avente carattere espansivo e che, proprio attraverso l’idea di nazione, non si esaurisce all’interno del territorio e del popolo del nuovo stato romano appena creato. Infatti, secondo il IV principio della Costituzione La Repubblica riguarda tutti i Popoli come fratelli: rispetta ogni nazionalità: propugna l’Italiana e di conseguenza l’art. 1 del Titolo I recita Sono cittadini della Repubblica / Gli originari della repubblica. […]. Gli altri Italiani col domicilio di sei mesi [15].

Tuttavia, anche al di là del dato prettamente giuridico ed in particolare al di là del favor per l’acquisto della cittadinanza dello stato romano da parte di individui di nazionalità italiana ma di diversa cittadinanza, la circostanza come Roma venga proposta quale centro di valori universali che ruotano attorno al binomio patria e libertà è evidente in molteplici occasioni e proprio riguardo agli stranieri, cioè ai non italiani. È il caso dell’appello ai soldati dei reggimenti svizzeri già al servizio dello Stato della Chiesa e del decreto triumvirale di creazione della Legione polacca.

Nel primo caso, sciolti i reggimenti svizzeri del Papa, i triumviri invitano i soldati a restare a Roma ed a combattere non più come reggimenti esteri, ma come soldati romani [16]. Nel secondo caso, nel decreto triumvirale istitutivo della Legione polacca datato 29 maggio 1849 si legge: REPUBBLICA ROMANA. NEL NOME DI DIO E DEL POPOLO. Considerando / Che debito di Roma per la sua tradizione nel passato e per la sua missione nell’avvenire è ampliare possibilmente la propria vita e la propria libertà a quanti soffrono, combattono e sperano per la causa delle Nazioni e dell’Umanità; Che per patimenti, energia di sacrifici e immortalità di speranze, la Polonia è sorella all’Italia e sacra fra tutte le Nazioni; Che gli esuli Polacchi rappresentano in oggi la Polonia futura; IL TRIUMVIRATO DECRETA 1. E’ formata sul territorio della Repubblica una Legione Polacca, che combatterà sotto i segni di Roma per l’Indipendenza Italiana. 2. La Legione innalzerà il Vessillo Nazionale Polacco colla sciarpa tricolore Italiana. […] [17].

Prima ancora, estremamente significativo è l’appello rivolto agli stranieri presenti in Roma, pubblicato in un bando datato 6 maggio ed a firma del francese Gabriel Laviron, pittore, critico d’arte, personaggio di spicco della colonia francese a Roma e combattente garibaldino: LEGIONE STRANIERA. Incaricato dal Ministro della guerra di formare una Legione Straniera, invito gli Stranieri che vogliono combattere per la causa della libertà, a presentarsi nel locale della Pilotta dove saranno immediatamente inscritti e organizzati in Legione. Roma 6 Maggio LAVIRON Capitano di Stato Maggiore [18].

I cultori della Roma antiquaria diventano quindi in prima persona uomini calati nel presente e combattenti per il futuro. Dirà ancora lo stesso Laviron, riferendosi alla sostanziale definizione dell’Italia come "terra dei morti" data nel 1825 da Alphonse de Lamartine: è proprio il momento di dimostrare che nella città dei morti non tutti son morti ancora [19]. La testimonianza sarà spinta all’estremo sacrificio ed il francese Gabriel Laviron morirà nell’estate del 1849 combattendo per la Repubblica Romana[20].

Figura 2 - Epigrafe con il comunicato dei triumviri G. Mazzini, C. Armellini e A. Saffi datato 2 luglio 1849. Roma, Mausoleo Ossario Garibaldino (foto autore)

Figura 2 - Epigrafe che riproduce il comunicato dei triumviri G. Mazzini, C. Armellini e A. Saffi datato 2 luglio 1849. Roma, Mausoleo Ossario Garibaldino (foto autore)

Esaurita l’esperienza storica della Repubblica (fig. 2), l’idea di Roma nel Risorgimento ed in seguito nell’Italia unita sarà destinata a diverse letture che più tardi contribuiranno ad alimentare più o meno direttamente la polemica tra il Paese reale ed il Paese ufficiale o, come si diceva all’inizio di questa contrapposizione, "legale". Da una parte la Roma capitale dell’Italia liberale unificata da Casa Savoia, dall’altra non solo la Roma repubblicana e democratica, ma anche, da parte di alcuni, il rifiuto di Roma e spesso dell’Italia stessa.

Nei primi due casi la dimensione nazionale dell’Urbs non comporterà l’eclisse della sua valenza universale, ma i valori di cui essa sarà caricata continueranno ad essere diversi per i repubblicani democratici e per i liberali monarchici.

Il primo problema che si presenta al nuovo Regno è emblematico di come Roma continuasse a rimanere centro di questioni universali anche quando essa fosse considerata come capitale dello stato italiano. Si tratta del problema dei rapporti tra lo Stato e la Chiesa, fulcro dei discorsi del conte di Cavour su Roma capitale tenuti in Torino presso la camera il 25 e 27 marzo 1861 e presso il senato del Regno il 9 aprile dello stesso anno.

Infatti, nonostante l’aspirazione ad una Roma italiana avesse permeato di sé anche gli esponenti dell’ala monarchica e liberal-moderata del Risorgimento, cioè la destra storica, non era mancato chi aveva posto seri dubbi sull’opportunità di Roma quale capitale d’Italia. È il caso del marchese Massimo d’Azeglio (figg. 3-4) che, nel suo Questioni urgenti. Pensieri del marzo 1861, giudicando Roma inadatta alla quarta éra di civiltà dell’Italia, aveva caldeggiato Firenze come capitale, città da lui definita il centro dell’ultima civiltà italiana del medio evo, nonché centro della lingua; e la lingua è fra i principali vincoli che riuniscono e mantengono vive le nazionalità [21].

Figura 3 - Il marchese Massimo d’Azeglio, autore di Questioni urgenti. Pensieri. (da Roma. Rassegna 1911, II, n. 1 - 1911, p. 10)

Figura 3 - Il marchese Massimo d’Azeglio, autore di Questioni urgenti. Pensieri. (da Roma. Rassegna 1911, II, n. 1 - 1911, p. 10)

Figura 4 - GIOVANNI VAGNETTI (1840 – post 1890) Massimo D’Azeglio, Medaglia in bronzo. Roma, Museo Nazionale Romano, Medagliere

Figura 4 - GIOVANNI VAGNETTI (1840 – post 1890) Massimo d’Azeglio, Medaglia in bronzo. Roma, Museo Nazionale Romano, Medagliere

La posizione di d’Azeglio era tuttavia solo l’ultima in ordine di tempo all’interno della stessa Destra storica ed il momento era dunque maturo affinché il governo della nuova Italia assumesse una posizione definitiva sulla sorte di Roma: ne deriva l’occasione per una serie considerazioni che, articolandosi intorno ai due poli del problema universale del rapporto tra Stato e Chiesa e del problema nazionale della capitale italiana, testimoniano come Roma rimanga centro di questioni di portata universale anche quando l’occasione sia quella dell’unificazione nazionale.

I discorsi di Cavour alla Camera, le cui discussioni tra il 25 ed il 27 marzo 1861 saranno non a caso illustrate in diversi numeri di Roma. Rassegna 1911 [22], sono occasionati da un’interpellanza fatta presentare lo stesso 25 marzo 1861 al deputato Rodolfo Audinot, già legato alla Repubblica Romana del 1849.

Secondo Audinot, L’Italia ha bisogno di Roma, perché Roma è la capitale naturale ed egli parla di questa nobile Torino, la quale non deve cedere a nessuna altra città il primato d’Italia, fuorché all’antica regina del mondo. Audinot rievoca poi la Repubblica del 1849: Nel 1849 io vidi in Roma un fascio d’uomini […]. E vidi quel fascio di uomini lanciarsi scientemente, volontariamente, senza speranza di vittoria, […], nella voragine di Curzio per mantenere integra la protesta contro lo straniero invasore, protesta che, se non si fosse fatta allora, forse non potremmo sedere oggi qui.

Occorre che Roma sia italiana e ciò non avverrà finché il magnanimo Re non abbia sciolto il voto fatto sulla tomba del Re martire: «libera ed una l’Italia tutta», cingendo sul Campidoglio l’Italica corona [23].

Il discorso del conte di Cavour che segue l’interpellanza Audinot è alieno da retorica magniloquente e da ampi richiami all’eredità di Roma, ma è ben conscio della portata universale del problema dei rapporti tra lo Stato e la Chiesa e della possibilità di risolverli proprio attraverso ed in occasione della risoluzione della stessa questione della capitale dello stato italiano: La questione di Roma non è soltanto di vitale importanza per l’Italia, ma è una quistione la cui influenza deve estendersi a 200 milioni di cattolici sparsi su tutta la superficie del globo; è una quistione la cui soluzione non deve solo avere un’influenza politica, ma deve esercitarne altresì una immensa sul mondo morale e religioso [24].

Ciò chiarito, il conte di Cavour spiega che ci sono ragioni precise e stringenti perché Roma debba essere capitale d’Italia: Ora, o signori, in Roma concorrono tutte le circostanze storiche, intellettuali, morali, che devono determinare le condizioni della capitale di un grande Stato. Roma è la sola città d’Italia che non abbia memorie esclusivamente municipali; tutta la storia di Roma dal tempo dei Cesari al giorno d’oggi è la storia di una città la cui importanza si estende infinitamente al di là del suo territorio, di una città, cioè, destinata ad essere la capitale di un grande Stato [25].

La risposta al problema romano è naturalmente una sola ed essa dovrà valere tanto a coniare un principio di carattere universale, che intende essere benefico per stessa ecumenica istituzione della Chiesa, quanto a risolvere la questione nazionale italiana: libera Chiesa in libero Stato [26].

Tuttavia, per ottenere questo è necessario risolvere il problema dell’accentramento dei poteri religiosi e civili in capo al Pontefice; un accentramento che non giova allo scopo spirituale della Chiesa e che la rende preda della stessa crisi in cui si agita l’impero ottomano. Ancora una volta Roma e Costantinopoli tornano così ad essere accomunate, ma questa volta in chiave decisamente critica: Perché a Costantinopoli, come a Roma, il potere spirituale e temporale sono confusi nelle stesse mani [27].

Le medesime idee vengono ripetute ed approfondite nella seduta conclusiva del 27 marzo 1861, quella in cui sarà votato l’ordine del giorno Boncompagni. Anche in questo secondo discorso non mancano i riferimenti alla Roma ecumenica, la città che viene ad esempio definita l’antica metropoli del mondo [28]. Poco più avanti, come se interloquisse direttamente con Pio IX, Cavour chiarisce che, attraverso l’applicazione della formula "libera Chiesa in libero Stato", sarà lo stato italiano ad offrire alla Chiesa universale la soluzione ad un problema plurisecolare, già invano richiesta a tutte le grandi potenze cattoliche. Ciò avverrà quando il Pontefice accetterà il principio di libertà, lealmente, largamente applicato nella nazione primogenita della razza latina, nel paese dove il cattolicismo ha la sua sede naturale [29]. Roma capitale e la separazione tra Stato e Chiesa costituiscono una soluzione naturale anche perché consona al sentire della Nazione e del Paese che non solo ha Roma sul suo suolo, ma anche ha in essa la sede del cattolicesimo: ancora una volta quindi una sorta di conciliazione degli opposti.

Tali idee ritornano, espresse con lucidità, nel finale del discorso: […] ci sarà forse dato di conseguire in un non lontano avvenire uno dei più gran risultati che siansi mai verificati nella storia dell’umanità, di conseguire la riconciliazione del papato e dell’impero, dello spirito di libertà col sentimento religioso. Io confido, o signori, nell’unanimità dei vostri voti [30].

Ciascuna di queste idee è, infine, ripresa nel discorso avanti il Senato del Regno del 9 aprile 1861, in cui è sviluppata anche l’idea della soluzione della questione di Roma come unico modo di portare la pace nel Regno, cioè di far si che Roma non sia più il centro da cui si spargono le cospirazioni, le congiure [31]. Sotto questo profilo, dunque, ancora una volta l’idea di Roma si collega, attraverso quella di una sua rigenerazione nell’Italia unita, all’idea della pace.

La Roma del Parlamento subalpino in definitiva è sì la capitale del Regno d’Italia, ma è una città che, proprio per divenire tale, deve incarnare il simbolo del superamento di un problema universale come universale è il pontificato romano: deve risolvere il problema dell’unità dei poteri, il civile ed il religioso, in vista dell’affermazione del principio di libertà.

Prescindendo dal pensiero mazziniano, in un contesto più pragmatico e da tutt’altro schieramento politico, la Roma italiana riesce ancora una volta a conciliare la visione nazionale con quella ecumenica: al centro è Roma capitale del Regno d’Italia. Si tratta certo di una conciliazione degli opposti, che in effetti come tali continuano ad essere percepiti da taluni osservatori. Tra di essi vi è Ferdinand Gregorovius, da anni presente nell’Urbe per la compilazione della sua Geschichte der Stadt Rom im Mittelalter. Vom V. bis zum XVI. Jahrhundert. Nella pagina del suo diario romano datata 4 aprile 1861, l’illustre storico così commenta i primi due discorsi del conte di Cavour: Il discorso fa epoca: esso è il punto di partenza d’una nuova fase della civiltà. Contemporaneamente però Gregorovius avverte tutto lo stridore del contrasto tra la Roma universale, già imperiale ed ora pontificia, e la Roma capitale del giovane Regno: L’incommensurabile evento di vedere Roma discesa al grado di capitale d’un regno italiano, Roma che è la città cosmopolita da 1500 anni ed il centro morale del mondo, di vederla divenuta la residenza d’una corte regia come tutte le altre capitali, non mi può entrare in capo. Passeggiavo per Roma in questa idea e ho trovato che qui ad ogni passo non si vedono che ricordi e monumenti dei papi, […]. Tutto ciò che è civile, politico, mondano vi scompare, o non emerge che come grigia rovina d’un tempo in cui l’Italia non era nulla se non una provincia di Roma. […]. Il re d’Italia non farà qui la figura che di un prigioniero daco dell’arco di trionfo di Traiano; non sembrerà più grande. Roma perderà tutto, la sua aria repubblicana, la sua ampiezza cosmopolita, la sua tragica quiete [32].

Al di fuori del pensiero risorgimentale, coniugare l’idea di una Roma nazionale con quella di Roma universale ed ecumenica o quantomeno con quella di una missione dotata di tali caratteristiche, resta dunque arduo. In questo senso, ancora dopo la presa di Roma, nel 1871 lo stesso Theodor Mommsen così si rivolgerà a Quintino Sella, allora ministro delle Finanze del Regno: Una sera, nel calore della conversazione, dopo aver parlato di Roma antica, di Roma papale, di idealismo, di realismo e di non so quante cose, il fiero teutonico si alza e mi dice in tuono concitato: ma che cosa intendete fare a Roma? Questo ci inquieta tutti; a Roma non si sta senza avere dei propositi cosmopoliti. Che cosa intendete di fare? [33]. Alcuni anni dopo, mentre già entrava in crisi l’idealità risorgimentale, conversando con il Re d’Italia il Kaiser Guglielmo I avrebbe espresso l’idea che l’unica ragione per occupare Roma risiedesse in definitiva nella bonifica dell’agro romano[34].

Tuttavia, tornando agli anni ’60 del XIX secolo noteremo come il punto di vista del Gregorovius circa lo stridore tra Roma ecumenica e Roma capitale d’Italia non fosse supportato solo dalla materialità incombente dei monumenti e delle vestigia della città, perché in effetti non mancavano le occasioni di continuare a proporre anche in altro modo l’attualità di una Roma universale in quanto cristiana e cattolica.

Particolarmente significativa in tal senso mi sembra essere la dissertazione accademica pronunciata a Palazzo Altieri il 21 aprile 1864, in occasione del Natale di Roma, nell’ambito dell’Accademia dei Quiriti dall’ambasciatore straordinario portoghese, João Carlos de Saldanha Oliveira e Daun, duca di Saldanha. La dissertazione ripropone l’idea provvidenziale dell’impero rispetto al cattolicesimo romano e quindi della necessità che Roma resti la Città provvidenziale, che si ride dei secoli, che distrugge il male, che dirigge il mondo, che lega la terra col cielo, e l’uomo con Dio [35]. Sino dal principio della dissertazione è poi chiara quale sia la posizione nei confronti della sorte di Roma: Roma, l’unica città, che mai appartenne ad una provincia, ad una nazione, è stata, e sarà sempre la città del mondo [36] e ciò potrà avvenire perché Roma la Cristiana; Roma la cattolica; Roma dominerà sempre [37].

Tuttavia, il 20 settembre 1870 gli italiani entravano in Roma e con legge n. 33 del 03 febbraio 1871 la capitale del Regno veniva finalmente spostata da Firenze a Roma (fig. 5).

Figura 5 - Particolare dal monumento a Camillo Benso, conte di Cavour, realizzato da Stefano Galletti nel 1895: personificazioni allegoriche dell’Italia, a sinistra, e di Roma, a destra. Le due figure appaiono congiunte e ciascuna reca gli attributi dell’altra: l’Italia il fascio littorio romano e Roma lo scudo Savoia italiano. Da Roma, piazza Cavour (foto autore)

Figura 5 - Particolare dal monumento a Camillo Benso, conte di Cavour, realizzato da Stefano Galletti nel 1895: personificazioni allegoriche dell’Italia, a sinistra, e di Roma, a destra. Le due figure appaiono congiunte e ciascuna reca gli attributi dell’altra: l’Italia il fascio littorio romano e Roma lo scudo Savoia italiano. Da Roma, piazza Cavour (foto autore)

Nell’entusiasmo sostanzialmente generale per la trasformazione di Roma nel centro della vita nazionale italiana, non erano naturalmente mancate le voci discordanti, come quella del senatore lombardo Stefano Jacini, che in un discorso del 23 gennaio 1871 aveva sostenuto come ciò fosse un’idea da antiquarî e belletto di una Italia decrepita e che ha fatto il suo tempo, e non l’ornamento di quell’Italia che vagheggiamo e che deve percorrere le vie della libertà e del progresso se vuole assidersi da pari a pari colle nazioni più incivilite del mondo [38].

Al di là degli estremismi "antiromani", è però indubbio che la Roma italiana del 1871 se da un lato non fu sicuramente la città vagheggiata dai repubblicani mazziniani, dall’altro non riuscì neppure del tutto ad applicare il principio "libera Chiesa in libero Stato".

In questo clima, mentre il filologo napoletano e deputato Ruggiero Bonghi ricordava che Roma antica era gloria della storia italiana, ma noi non siamo i continuatori della Roma antica [39], fu l’ingegnere piemontese e Ministro delle finanze Quintino Sella a cercare di realizzare l’idea di una Roma che, rompendo con il passato, divenisse capitale universale delle scienze, ove avvenisse la discussione delle idee moderne, anche le più ardite [40]. Roma del tutto protesa al futuro, faro della scienza contro l’oscurantismo teocratico, non riesce tuttavia ad affermarsi, secondo alcuni forse a causa del privilegio rivolto in modo eccessivo all’attività speculativa rispetto a quella pratica ed industriale vera e propria[41].

Pochi anni dopo, nell’Italia della disillusione post-unitaria, delle questioni sociali, degli scandali e del trasformismo in politica, la poesia carducciana ispirata a Roma a sua volta ispirava una nazione italiana che doveva confrontarsi con la politica di potenza delle altre nazioni. La sorte volle che tale confronto spettasse ad un ex mazziniano, l’avvocato siciliano Francesco Crispi, presidente del Consiglio dal 1887 al 1891 e dal 1893 al 1896. Iniziatore, secondo alcuni, di una politica di potenza che sostanzialmente segna una cesura rispetto al Risorgimento; rappresentante, secondo altri, dei fattori più reazionari del pensiero mazziniano che giungeranno sino al fascismo; in altre analisi, invece, Crispi è considerato muoversi ancora nell’alveo del binomio ottocentesco "patria e libertà", nella misura in cui la sua politica interna ed estera non sarebbe mai tale da sacrificare la fede nella libertà come fondamento dello stato nazionale. In questo senso l’impresa coloniale è da lui considerata come il complemento del Risorgimento, l’unico modo nell’attuale scenario europeo di non lasciare l’Italia debole ed impotente, e però facile preda ai vincitori, siccome lo fu sempre dopo la caduta dell’impero romano. Il rischio secondo Crispi è, insomma, che l’Italia torni ad essere uno studio di artisti, un museo di antichità, e non una nazione [42].

Mentre l’impresa coloniale italiana terminava con la sconfitta di Adua nel 1896 ed in precedenza, nel 1887, con quella di Dogali[43], l’Italia tra la fine del XIX e l’inizio del XX secolo continuava comunque a restare ancora un Paese diviso in due, l’uno ufficiale o "legale", l’altro reale[44]. Così, se da un lato l’Italia ufficiale ha in Carducci[45], in Pascoli[46] ed in D’Annunzio[47] i corifei di una Terza Roma italiana, dall’altro non manca chi se la prende proprio con quel glorioso passato che è meraviglia non ci abbia ancora incretiniti tutti definitivamente a forza di fissarlo [48]. La schiera dei sostenitori del Paese reale non comprende solo socialisti e cattolici, ma anche nazionalisti e repubblicani, i quali ultimi proprio nel 1911 saranno protagonisti di una contromanifestazione al Gianicolo, luogo della memoria della Repubblica del 1849.

Giungiamo così al 1910, mentre già da tempo Rodolfo Lanciani è impegnato nella liberazione delle Terme di Diocleziano e nell’ordinamento della Mostra Archeologica. È infatti del 1910 il discorso tenuto in Campidoglio da Guglielmo Ferrero[49]. Dottore in Giurisprudenza a Torino ed in Lettere a Bologna, sociologo positivista di area radicale, spesso vicino a posizioni socialiste ed in seguito antifascista, Ferrero, di origini piemontesi ma nato a Portici, presso Napoli, fu autore tra il 1901 ed il 1907 dei 5 volumi di Grandezza e decadenza di Roma, divenuti 6 nell’edizione francese, spesso anticipatori di correnti storiografiche e quando necessario in contrasto con la mommseniana Römische Geschichte. Apprezzato all’estero da Ed. Meyer, F.J. Haverfield, C. Jullian e J. Carcopino, osteggiato in Patria, nel discorso tenuto in Campidoglio per il Natale di Roma del 1910 Ferrero caldeggia una cultura comune contro il materialismo imperante della finanza e dell’industria. Anzi, poiché il principio nazionale è troppo profondamente radicato nella civiltà nostra, perché il mondo moderno possa mutarsi, almeno in un avvenire prossimo, nella sognata Cosmopoli, occorre rivolgersi proprio ai valori universali di Roma: Sinché la storia, la letteratura, il diritto di Roma saranno parte necessaria dell’alta cultura dell’Europa e dell’America, noi figli di Roma godremo come di un maggiorasco intellettuale nel mondo: noi potremo mantener tutti i popoli dei due continenti tributari in qualche parte alla nostra cultura; noi protrarremo per secoli ancora, idealmente, l’impero di Roma, caduto sulla terra [50]. A Ferrero non sfugge neppure, inserito nella essenza filosofica della storia di Roma, il ruolo della civiltà urbana come elemento di coesione dell’impero, forza di coesione che lega internamente la massa enorme dell’impero, ed egli anticipa in certo modo, con ciò, uno degli argomenti forti della Mostra Archeologica, ribadito anche di recente in un volume sul modello della repubblica imperiale[51].

Inaugurata l’8 aprile del 1911, affidata alla cura di Rodolfo Lanciani, coadiuvato da un giovane Giulio Quirino Giglioli, la Mostra Archeologica è stata di recente definita l’esposizione che doveva ricordare al mondo intero la gratitudine dovuta a Roma ed all’Italia[52]. Più corretto forse sfumare le asperità di questa prospettiva ed estendere alla Mostra le considerazioni da altri espresse ricostruendo gli ideali dell’intero complesso delle celebrazioni del 1911: […] con l’unificazione italiana, l’intera umanità aveva riacquistato il contributo di una grande nazione alla costruzione della civiltà moderna [53]. Ne avrebbe certo convenuto una futura amica dell’Istituto di Studi Romani, del Museo dell’Impero Romano e della Mostra Augustea della Romanità, l’archeologa inglese Eugenia Strong, per anni vice direttore della British School at Rome, che, recensendo la Mostra per il n. I di The Journal of Roman Studies scriveva nello stesso 1911: […] they [gli italiani, n.d.a.] decided to mark the occasion in Rome herself by an exhibition that should not merely display the growth of present Italian art and industries, or afford hospitality to the art of other nations, but should set forth besides in visible monuments the former glory of Rome, the wide range of empire ruled by Eternal City, witch, again a capital, is again the centre of a strong national life [54].

Quale fosse il criterio informatore della Mostra e dunque l’idea stessa di Roma che vi presiede, è comunque lo stesso Lanciani a spiegarlo nel discorso inaugurale: Noi abbiamo tentato, innanzi tutto, di ricomporre un quadro della civiltà romana sotto l’Impero, domandando a ciascuna delle sue XXXVI provincie qualche ricordo dei benefici ricevuti da Roma, sotto i varî aspetti della vita civile e privata, e specialmente nel ramo delle opere pubbliche [55]. Ed ancora: Da questa parte della Esposizione apparirà come tutti questi paesi, che già furono antiche nostre provincie, siano ancora governati dalle leggi romane, e come i loro abitanti battano ancora le strade da noi costruite, valichino i monti attraverso i passi da noi aperti, i fiumi per via dei ponti da noi gettati, bevano le acque da noi allacciate, cerchino salute nelle sorgenti che tuttora alimentano le terme da noi costruite, e trovino rifugio pei loro navigli, sia in pace sia in guerra, nei porti da noi fondati [56]. Quella che prevale è dunque l’idea di una Roma che, attraverso l’opera di civilizzazione materiale e culturale, è in grado di creare una comune civiltà e, contemporaneamente, l’idea di una Roma che si reincarna nella riunificata Nazione italiana, cosciente della continuità con il suo passato e pronta a dare il suo nuovo contributo al comune incivilimento.

Si tratta di un’idea di Roma, è bene chiarirlo, che, in linea con la passata tradizione italiana, si presenta di carattere esclusivamente occidentale. Essa cioè non ignora la romanità bizantina, ma la considera altro da sé e si svolge nell’alveo di una continuità materiale e spirituale esclusivamente con la città di Roma in Italia. Significativa è in tal senso la sorte della collezione bizantina della Mostra, sostanzialmente "relegata", con tutta la serie delle opere fornita dalla Sezione Ellenica, nel chiostro delle Terme e quasi del tutto assente dal catalogo della Mostra. Di essa vi è un’elogiativa menzione da parte di Eugenia Strong nella già citata ampia recensione della Mostra, sostanzialmente una vera e propria guida ragionata[57], ed un rapido cenno in una recensione della collezione greca curata da Ugo Fleres in uno degli ultimi numeri di Roma. Rassegna 1911 [58]. Invece nei cataloghi del 1927 e 1929 del Museo dell’Impero Romano, erede della Mostra[59], G.Q. Giglioli lamenta la circostanza come nel 1911 si dovettero accogliere serie estranee all’idea informatrice della Mostra, come […] la iconografia imperiale bizantina del Lambros, che non solo non raggiunsero neppur lontanamente l’importanza del nucleo dei monumenti imperiali; ma anzi alterarono e danneggiarono non poco l’unità della Mostra stessa [60]. Del resto non è certo un caso se collezioni bizantine non vennero mai più esposte nel corso della storia di quello che era destinato a divenire il Museo della Civiltà Romana[61].

Il rapporto con l’Oriente è certo presente ma sempre in chiave "romanocentrica", con netta presa di posizione rispetto al tema di dibattito "Roma o Oriente". Viene ad esempio presentato un gruppo di sculture indiane dal Museo di Lahore (fig. 6) e nel catalogo, del tutto o almeno in gran parte frutto del lavoro di G.Q. Giglioli[62], si legge: Nei rilievi, nei frammenti architettonici e specialmente nelle statue di Rajà seduti, gli indianologi riconoscono caratteri stilistici che rendono certa la derivazione da tipi dell’arte occidentale. Queste sculture furono dunque probabilmente opera di artisti nostri passati in India nell’antichità [63].

Figura 6 - Calco di una scultura indiana raffigurante un rajà, già esposto nella Mostra Archeologica del 1911 (da Catalogo 1911, p. 130)

Figura 6 - Calco di una scultura indiana raffigurante un rajà, già esposto nella Mostra Archeologica del 1911 (da Catalogo 1911, p. 130)

Di particolare rilevanza per inquadrare l’idea di Roma nella Mostra Archeologica appare la stessa organizzazione del percorso. Su 21 sezioni espositive sono proprio le prime tre ad essere dedicate a Roma aeterna, all’Imperium romanum ed infine ad Divus Augustus pater, quasi che la grandezza di Roma non tanto dovesse risultare dall’esposizione contenuta nelle sezioni deputate alle province, ma che queste dovessero servire quali altrettante dimostrazioni di un teorema già noto ed illustrato nelle prime tre sezioni. Nella prima l’idea di Roma aeterna è espressa soprattutto attraverso le copie della Roma Cesi, dei busti di Roma dal Louvre e della personificazione del Tevere, anch’essa dal Louvre[64]. Nella seconda le idee dell’estensione e contemporaneamente della continuità spaziale e temporale dell’impero sono rese non solo attraverso l’esposizione di calchi di miliari e delle personificazioni di province dal tempio di Adriano in piazza di Pietra, all’epoca ritenuto il Neptunium, ma anche dalla Lupa e dalla Pigna carolingie, che confermano la continuità tutta occidentale dell’idea di impero e di Roma che informa la Mostra (figg. 7 e 8)[65]. Nella terza sezione, Augusto è contemporaneamente celebrato come fondatore dell’impero e come colui che conduce l’Italia ai suoi confini naturali, cioè quale sorta, si direbbe, di vero ponte tra la Prima e la Terza Roma: In questa sala si sono raccolte, insieme con alcune memorie di Augusto, le principali testimonianze della romanità in quelle regioni alpine d’Italia, dove la trionfante civiltà latina veniva a incontrarsi e a mescolarsi quasi con quelle barbariche, e donde le romane legioni partirono alla conquista e all’incivilimento del mondo [66].

Dopo le sezioni dedicate alle province, questi temi sono ripresi nelle sezioni finali, in cui notiamo la ricostruzione di un angolo dell’Ara Pacis Augustae e quella molto ben nota del pronao e di parte della cella del Monumentum Ancyranum [67].

Figura 7 - Calco della lupa di Carlo Magno, già esposto nella Mostra archeologica del 1911 (da Catalogo 1911, p. 27)

Figura 7 - Calco della lupa di Carlo Magno, già esposto nella Mostra archeologica del 1911 (da Catalogo 1911, p. 27)

Figura 8 - Calco della pigna di Carlo Magno, già esposto nella Mostra archeologica del 1911 (da Catalogo 1911, p. 28)

Figura 8 - Calco della pigna di Carlo Magno, già esposto nella Mostra archeologica del 1911 (da Catalogo 1911, p. 28)

Nella Mostra Archeologica del 1911 è già dunque presente in nuce lo sviluppo che condurrà al Museo dell’Impero Romano ed alla Mostra Augustea della Romanità ma, come fatto notare da Lorenzo Quilici nel catalogo della mostra che 30 anni or sono consegnava al pubblico le res gestae del Museo della Civiltà Romana, ferma la validità scientifica dell’Istituzione durante gli anni ’20 e ’30 del Novecento, un abisso ideologico la separa dai suoi esordi cioè dalla Mostra del Lanciani, tutta contenuta in un più che equo orgoglio patrio e aperta al pieno riconoscimento delle culture altrui [68].

Nel mezzo stanno la guerra italo-turca del 1911-1912 con la definitiva adesione dell’Italia alla politica di potenza e, soprattutto, la I guerra mondiale. Volendo allora citare il contemporaneo Ernst Jünger, nel concludere ci azzarderemo a dire che l’idea di Roma in Italia passava dagli Afrikanische Spiele attraverso gli Stahlgewitter e ne usciva cambiata, come il resto del mondo [69].

Notes

[1] Roma 1911a, p. 8. Riproduco qui, apportandovi minimi interventi e dotandolo di un apparato di note, il testo della relazione presentata all'Incontro di studi Orme di Roma. Tra Italia e Romania all'insegna di Roma antica, tenutosi presso l'Accademia di Romania in Roma il giorno 16 novembre 2012. L'ampiezza degli argomenti presi in considerazione non consente, nella presente sede, di redigere note che possano avere la pretesa di essere esaustive: pertanto esse mirano ad essere esclusivamente indicative ed altresì a proporre, ove necessario, spunti critici di approfondimento. Desidero dedicare questo contributo alla memoria del mio avo Alessandro Pettorini, caduto nell'estate del 1849 a Roma per mano francese mentre difendeva la Villa del Vascello e le cui spoglie riposano al Gianicolo nel Mausoleo Ossario Garibaldino, accanto a quelle di Goffredo Mameli e degli altri Caduti per Roma.
[2] Cfr. per tutti Chabod 201118, p. 17: Dire senso di nazionalità, significa dire senso di individualità storica. Si giunge al principio di nazione in quanto si giunge ad affermare il principio di individualità, cioè ad affermare, contro tendenze generalizzatrici ed universalizzanti, il principio del particolare, del singolo.Cfr. ancora ibidem, p. 79: Noi abbiamo cominciato il nostro corso ponendo in rilievo l'antitesi fra l'ideale, caro al Medioevo, dell'impero universale, della respublica christiana, e l'ideale di tanti moderni, che svincola il singolo Stato da ogni legame o riguardo nei confronti degli altri, l'ideale nazionalistico, cioè. Cfr. anche Roda 2011, pp. 100-102, 123-128 e 148. Piace citare in questa sede un articolo di A. Calza comparso nel 1910 sul già citato periodico ufficiale delle celebrazioni romane per il cinquantenario e dedicato al rinvenimento dell'Augusto di via Labicana: l'Autore si sofferma sulla circostanza che, durante un'occasione pubblica, l'ingresso del simulacro del primo imperatore nel Museo delle Terme era stato salutato come cosa più che naturale e, soprattutto, fra gli applausi di tutti i deputati, compresi i repubblicani e i socialisti. La circostanza è interessante, perché testimonia di un particolare sentire, in Italia, rispetto all'eredità dell'impero antico; di un sentimento che in modo più o meno marcato o profondo permette allo stato nazionale italiano, nelle sue più diverse componenti e tendenze, di avvicinarsi ad esso senza paura o ripugnanza nonostante le profonde differenze. Si veda Calza 1910, p. 15: […] gl'Imperatori di marmo o di bronzo, ad eccezione di quello che ha regnato ultimo in terra di Francia, non fanno più paura, nè ispirano più repugnanza, alla democrazia italiana. Per evidenti motivi di brevità, quando nel corso del testo sarà necessario operare riferimenti alla rivista Roma. Rassegna illustrata della esposizione del 1911. Ufficiale per gli atti del Comitato esecutivo. Arte, Archeologia, Etnografia, Storia, la stessa sarà menzionata con l'abbreviazione Roma. Rassegna 1911. I numeri dei singoli fascicoli della rivista vennero talvolta indicati sulle relative copertine con numerazione araba e talvolta con numerazione romana, prevalendo quest'ultima sul finire dell'annata 1911. Convenzionalmente adotto qui, in ogni caso, la numerazione araba, rilevando che essa venne adottata negli indici pubblicati all'interno dello stesso n. 23-24 dell'annata 1911 della rivista.
[3] Del resto mentre la proclamazione del Regno d'Italia data al 17 marzo 1861, proprio nella seduta del 27 marzo 1861 la Camera approvò quasi all'unanimità l'ordine del giorno presentato il precedente 26 marzo dal deputato Carlo Boncompagni di Mombello, che pare essere stato redatto dallo stesso conte di Cavour o almeno con questi concordato: La Camera, udite le dichiarazioni del Ministero, confidando che, assicurata la dignità, il decoro e l'indipendenza del Pontefice e la piena libertà della Chiesa, abbia luogo di concerto con la Francia l'applicazione del non intervento, e che Roma, capitale acclamata dall'opinione nazionale, sia congiunta all'Italia, passa all'ordine del giorno. Sulle circostanze che condussero all'ordine del giorno Boncompagni e sui discorsi del conte di Cavour alla camera del 25 e 27 marzo 1861 ed al senato del Regno il successivo 9 aprile, si veda Scoppola 2010² ed ibidem p. 26 per il testo dell'ordine del giorno. Su C. Boncompagni - o "Bon Compagni" o, ancora, "Bon-Compagni" - di Mombello, si veda  Traniello 1969 ed in modo particolare ibidem, pp. 699-700 per l'ordine del giorno del 26 marzo 1861 e più in generale circa la posizione di Boncompagni rispetto alla questione dei rapporti tra Stato e Chiesa. La data del 27 marzo 1861 è altresì esplicitamente ricordata nelle cerimonie romane del 1911 ed anzi il fascicolo 5-6 della seconda annata di Roma. Rassegna 1911 riporta il testo del comunicato congiunto dei Sindaci di Roma e Torino, E. Nathan e S. Frola, datato Roma-Torino, 15 gennaio 1908. In esso le idee di Roma capitale d'Italia, di unificazione nazionale e di costruzione della terza Italia sono profondamente connesse e ruotano proprio intorno alla data del 27 marzo 1861. Si giudica dunque opportuno citare alcune frasi del comunicato, per il cui testo si veda il n. 5-6, anno 1911, di Roma. Rassegna 1911 - la relativa pagina non è numerata, ma è collocata tra la p. VII e la p. 1: Italiani! Il 27 Marzo 1861 è data tra le più memorande nella vita della Patria nostra. La terza Italia, nella balda sicurezza dei suoi fati, nell'audacia d'ineluttabile volontà, di fronte al Mondo intero, per bocca dei suoi rappresentanti solennemente affermava l'essere suo, l'unità sua, con a capo Roma, la Città Eterna, culla della sua civiltà, centro e cuore dei suoi nuovi destini. Compironsi i fati; e il cinquantenario del memorabile giorno va degnamente celebrato, perché l'Italia dell'oggi renda omaggio ai precursori e s'affermi quale essa è in cospetto della civiltà. […]. In nome dell'Italia, della sua risurrezione ad una terza civiltà, sicuri dei destini nazionali, memori della via percorsa, invitiamo gli Italiani, invitiamo il consorzio delle genti civili a commemorare, nel 1911, a Roma ed a Torino, il cinquantenario del 27 Marzo 1861.
[4] Circa il rapporto del Risorgimento nazionale con Roma, circa la sostanziale identificazione tra Terza Roma e Terza Italia ed ancora a proposito delle posizioni critiche nei confronti di Roma anche dopo l'Unità nazionale, si veda Gentile 1997, pp. 43-55. In particolare, per i primi decenni successivi all'Unità nazionale, circa le motivazioni e l'atteggiamento degli "antiromani", si veda Chabod 1990, pp. 315-323. Circa la ritenuta continuità tra l'Italia romana e l'Italia moderna, si veda per tutti Sestan 1950 ed in seguito Galasso 1979. Il rapporto di continuità tra Italia romana ed Italia moderna è stato annoverato ancora recentemente da Foro 2005, pp. 106-107, quale uno dei motivi che avrebbero, secondo l'Autore, indotto l'installazione della monarchia sabauda a Roma: Second avantage, l'Antiquité romaine avait été le dernier moment d'une unité politique de la pénisule. Più in generale, in anni recenti, è stato tuttavia anche esposto come l'idea di una continuità tra Italia romana ed Italia moderna all'insegna di una nazione italica, benché non priva di riscontri nelle fonti sia in realtà parziale. Infatti, secondo A. Giardina (Giardina - Vauchez 2000, p. 184): Perché si formi una stabile etnicità è indispensabile un principio di esclusione: è necessario distinguere, sbarrare, limitare. Ma la prospettiva universale della romanizzazione e la politica dell'integrazione vanificavano sul nascere il carattere esclusivo dell'appartenenza italica. […]. Va ricordato un altro dato fondamentale, che riguarda il rapporto tra la città, la nazione e l'impero: il processo di formazione dell'identità italica non giunse ad un sufficiente livello di maturazione prima della nascita del sistema imperiale romano, e si trovò invece molto presto ingabbiato entro un movimento che lo trascendeva. Circa il concetto giuridico di Italia nel diritto antico, si veda Catalano 1978, pp. 525-547.
[5] Circa il percorso che condusse l'idea della Grande o Terza Italia, e con essa l'idea di Roma, dal binomio patria/nazione-libertà a quello di potenza-espansione, si veda Gentile 1997, pp. 23-42, 73-90 e 104-116.
[6] Così E. Gentile, anche citando dalla tornata di discussioni alla Camera dei Deputati del 14 marzo 1881: si veda Gentile 1997, p. 49.
[7] Così G. Fortunato, citato in Gentile 1997, p. 10. Si veda ibidem per la definizione di G. Fortunato riportata in corsivo nel testo.
[8] A mero titolo di esempio e limitandomi alle sole copertine, indico tra quelle della prima annata, 1910, le copertine dei fascicoli 1, 2, 5 - pubblicato, non credo a caso, il 20 settembre 1910 -, 8 e 12. Tra quelle della seconda annata, 1911, indico invece le copertine dei fascicoli 3, 4, 5-6 e 18.
[9] Goethe 2010, p. 138.
[10] Cfr. ancora Goethe 2010, p. 138: Giacché si può dir davvero che abbia inizio una nuova vita quando si vedono coi propri occhi tante cose che in parte già si conoscevano minutamente in ispirito. Tutti i sogni della mia gioventù li vedo ora vivere; […].
[11] Gioberti 1939, pp. 261-269. A proposito dell'idea di Roma in V. Gioberti, piace citare Bruers 1937, pubblicazione dell'allora Istituto di Studi Romani che riproduce il testo di una conferenza tenuta nell'ambito dell'a.a. 1935-1936 dei Corsi Superiori di Studi Romani ed in particolare all'interno del I ciclo di Roma nell'opera del genio. Nel testo, il pensiero di Gioberti viene in sostanza inserito tra quelli che precorrono gli ideali ed i valori del fascismo, nondimeno l'Autore svolge interessanti considerazioni che sembra opportuno riportare in questa sede in quanto strettamente attinenti alla nostra materia. In un passaggio che tratta in sostanza dell'ordine del giorno del 27 marzo 1861, del principio "libera Chiesa in libero Stato" e della Legge delle Guarentigie, in BRUERS 1937, p. 10 si legge: […] egli [V. Gioberti, n. d. a.] fu il primo, dopo Dante, a concepire la possibilità della coesistenza in Roma del potere civile e del potere religioso, a concepire Roma come sede simultanea della Chiesa e dell'Impero. Dei grandi uomini del Risorgimento, due, Mazzini e Garibaldi, imperniarono, sì, tutta la loro azione sul principio di Roma capitale, ma in senso unilaterale, cioè contro il potere religioso. […] Cavour comprese che l'unità politica era inconcepibile senza Roma capitale, ma che era altrettanto inconcepibile una Roma, cioè un'Italia, non cattolica, un'Italia che non conservasse a Roma il privilegio di essere la sede del Papato. […] da una soluzione che conciliasse il potere religioso col potere civile italiano, Gioberti faceva dipendere la possibilità per l'Italia, non soltanto di ricostituirsi durevolmente ad unità, ma di riconquistare una missione direttiva nella politica mondiale. E perché ciò? Perché mentre il potere civile avrebbe esercitato il compito di elaborare le novità del progresso, l'armonia con la religione avrebbe consentito allo stesso potere civile di restare aderente alla Tradizione. La vera universalità non consiste soltanto nel creare e sistemare il nuovo, ma nell'inserire e continuare in esso l'antico. Si veda anche l'interessante valutazione contenuta ibidem, p. 13: È singolarissimo il fatto che la più profonda, la più vasta, la più completa visione di Roma sia stata concepita da un piemontese. Dico la più completa, perché se altri poeti e pensatori ebbero in cima ai loro pensieri Roma, esclusero tuttavia di Roma qualche elemento essenziale – cito ad esempio Carducci che dette preferenza all'età repubblicana – mentre Gioberti esaltò anche la Roma imperiale, la Roma di Giulio Cesare e di Augusto, di Traiano e di Marco Aurelio. […]. Questa romanità del piemontese Gioberti costituisce uno dei più insigni documenti dell'unità spirituale e materiale della penisola, unità che ha per condizione, essenziale ed assoluta, Roma. Per l'inquadramento di V. Gioberti all'interno di una pubblicazione dedicata da un esponente del regime fascista all'idea di Roma, si veda Bodrero 1939, pp. 62-63. Per il mito, l'idea o il culto della romanità e di Roma durante il fascismo, si veda ora, quanto ad un primo inquadramento, Scuccimarra 2003 e Tarquini 2011, pp. 128-134.
[12] Mazzini 1938, pp. 341-343. Anche il pensiero di G. Mazzini venne inserito, non molti anni dopo il 1911, tra quello dei precursori dello spirito e dei valori dell'Italia fascista ed interpretato in tal senso anche rispetto all'idea di Roma. Nondimeno, sembra interessante segnalare l'analisi del rapporto tra Mazzini e l'idea di Roma svolta in Codignola 1942, che riproduce la relazione dallo stesso tenuta nell'ambito del V Congresso Nazionale di Studi Romani, dedicato al tema La funzione dell'Impero di Roma nella storia della Civiltà. Così come V. Gioberti, anche G. Mazzini venne considerato tra i precursori dell'idea fascista di Roma da Bodrero 1939, pp. 62-63, nonostante alcune velate difficoltà per via delle dottrine repubblicane e democratiche dell'apostolo del Risorgimento che, se da un lato non poteva non essere inserito all'interno di quella dinamica risorgimentale di cui il fascismo intendeva essere la prosecuzione e la realizzazione, dall'altro doveva anche essere presentato in modo tale da non rendere prevalenti le idee repubblicane e democratiche, si veda ibidem, p. 62: Il primo [G. Mazzini, n.d.a.] s'era nutrito di idee repubblicane e democratiche, che gli erano parse le migliori per conseguire lo scopo della indipendenza italiana, ma riteneva che queste idee solo in una loro purificazione romana avrebbero potuto diventare veramente universali. Egli sognava non solo una Italia unita, ma una Italia che divenisse di una nuova umanità, guida e ispirazione. Se si mettono a confronto i testi di E. Bodrero e di A. Codignola; se si considera il contesto ufficiale entro cui venne svolto da entrambi il richiamo a G. Mazzini; se si tiene conto come il secondo presentasse la sua relazione nel 1938 e come dunque le due posizioni fossero pressoché contemporanee, ben si comprende come sia arduo e, tutto sommato, errato parlare di un'"idea fascista di Roma" o di un "culto della Romanità" come di un alcunché di monolitico e fisso, subendo infatti essa declinazioni diverse tanto nei diversi studiosi o politici che ne trattarono quanto nelle diverse sedi in cui se ne fece cenno. Si consideri, ad esempio, che il riferimento a Mazzini è assente dalla Sala XXVI della Mostra Augustea della Romanità del 1937-1938, dedicata all'Immortalità dell'idea di Roma. La rinascita dell'Impero nell'Italia Fascista, a proposito della quale sia consentito il rinvio a Silverio 2011. L'inquadramento di G. Mazzini all'interno dell'ideologia fascista si dovette principalmente a G. Gentile: si veda per tutti Tarquini 2011, p. 66. Sul pensiero di Mazzini, sulla sua recezione tra fascismo ed antifascismo e sulle ragioni di tale recezione, si veda ora Levis Sullam 2010, pp. 3-20 e 75-94. Più in particolare, sull'idea della Terza Roma da Mazzini a Mussolini, si veda Fournier - Finocchiaro 2012.
[13] Si veda ad esempio Capozza 2002 e Ricci 2011.
[14] In realtà è l'intero processo di unificazione nazionale italiano che, svolto sull'idea di nazionalità, si caratterizza per la presenza prepotente di un principio ulteriore rispetto a quello di libertà politica: si tratta del principio europeo, che si confonde con quello universale di "umanità" e che è assente, ad esempio, dal Risorgimento tedesco. Cfr. in tal senso Chabod 201118, pp. 80-82: Pensiamo al Mazzini, anzitutto. Egli, che esalta tanto la nazione, la patria, pone tuttavia la nazione in connessione strettissima con l'umanità. La nazione non è fine a sé stessa: anzi! È mezzo altissimo, nobilissimo, necessario, ma mezzo, per il compimento del fine supremo: l'Umanità, che è la Patria delle Patrie, la Patria di tutti. […]. Ora, l'umanità è ancora, essenzialmente, per il Mazzini, Europa: […]. All'Italia spetta il grande compito, all'Italia a cui la tradizione storica insegna, più che alle altre, « la missione di universalizzare la propria vita »; all'Italia, « la cui vita nelle sue grandi epoche, fu sempre vita d'Europa » […]. La nazione è quindi sentita non come valore esclusivistico, a danno altrui, anzi come mezzo per accordarsi e procedere innanzi con gli altri. Questo largo soffio europeo, umanitario, della predicazione mazziniana […], spiega anche come i patrioti che l'ascoltarono, combatterono non solo per l'Italia, ma per tutte le nazioni oppresse; caratteristica, questa, del volontarismo italiano, generoso di sangue e di opere a favore dei fratelli oppressi d'altra stirpe. Sulle differenti concezioni della nazione in Germania ed in Italia, si veda ancora per tutti Chabod 201118, pp. 68-75. Da altra e diversa prospettiva, quanto al ruolo di Roma come laboratorio della tradizione europea tra XIX e XX secolo, si veda invece Imbert 2012.
[15] La Costituzione della Repubblica Romana del 1849 è ora agevolmente consultabile in forma digitalizzata all'indirizzo: http://www.repubblicaromana-1849.it/index.php?2/ricerca&type=documento&id=998#dettaglio
[16] Diddi - Sofri 2011, p. 86.
[17] Il Decreto del 29 maggio 1849 è consultabile in forma digitalizzata in http://www.repubblicaromana-1849.it/index.php?2/ricerca&type=documento&id=1138#dettaglio. Sul ruolo dei volontari polacchi nella difesa della Repubblica Romana, si veda ancora Diddi - Sofri 2011, pp. 123-158. Sul ruolo del mito o idea di Roma, in rapporto alla "nascita" del popolo polacco, nel Quo Vadis di Sienkiewicz, si veda ora Renouf 2012.
[18] Il bando è consultabile in forma digitalizzata in: http://www.repubblicaromana-1849.it/index.php?2/ricerca&type=documento&id=759#dettaglio. Un testo analogo venne pubblicato, sempre a firma di G. Laviron nel Monitore Romano del 7 maggio 1849: si veda Diddi - Sofri 2011, pp. 64-65. Nell'archivio digitale della Repubblica Romana, all'indirizzo http://www.repubblicaromana-1849.it/index.php?2/ricerca&type=documento&id=754#dettaglio, è consultabile un ulteriore bando, redatto in francese ed in italiano, datato 5 maggio 1849, rivolto AUX FRANCAIS sempre da Laviron, che si reputa opportuno citare giusto quanto ricordato supra nel testo ed in cui dunque si legge: FRATELLI. Esule per la causa della libertà, la cercai in Roma. […]. Voi compagni di sventura, Fratelli di esiglio quì conveniste per offrire le vostre braccia, i petti vostri alla difesa di Roma che è Patria di tutti i pensanti, di tutti i generosi. Perché il vostro voto si adempia utilmente, dal Ministro della Guerra, Apostolo armato della libertà dovunque si combatte per lei, venni commesso a riunirvi, ed organizzarvi, in Legione Straniera, e guidarvi a difendere una delle porte dell'Eterna Città, e dovunque ci chiami il pericolo. Venite o fratelli. Io vi aspetto al Ministero della Guerra. Commune abbiamo l'esiglio. Avremo commune l'estrema lotta colla barbarie. Avremo commune la vittoria. Roma sarà maestra di libertà alle Nazioni, come già lo fu di valore e di sapienza. LAVIRON Capitano di Stato Maggiore. Roma li 5. Maggio 1849.
[19] Citato in Diddi - Sofri 2011, p. 65. Come noto, la sostanziale definizione dell'Italia come "terra dei morti" è in Le Derniere Chant du pèlerinage d'Harold di Alphonse de Lamartine, pubblicata nel 1825: circa le reazioni e la lunga coda di polemiche sorte intorno all'infelice scritto del poeta e diplomatico francese, si veda O'Connor 2005.
[20] Sul ruolo di G. Laviron nella difesa della Repubblica Romana, si veda Diddi - Sofri 2011, pp. 61-75.
[21] D'Azeglio 1861, p. 51. Si veda anche l'invettiva contro Roma che si svolge ibidem, pp. 42-43, tra i capitoli XIV e XV: L'ambiente di Roma impregnato de' miasmi di 2,500 anni di violenze materiali o di pressioni morali esercitate dai suoi successivi governi sul mondo, prima, dalle votazioni de' comizii del popolo, poi dalle pazze tirannidi degl'Imperatori e de' loro liberti, e finalmente dalle ipocrisie della Curia Papale, non pare il più atto ad infonder salute e vita nel Governo d'un'Italia giovane, nuova, fondata sul diritto comune; diritto del quale il Campidoglio, il Palatino, come il Vaticano furono con modi diversi la costante negazione. […]. L'Italia per un privilegio concesso a lei sola dalla Provvidenza, fra tutte le nazioni della terra, entra oggi nella sua quarta éra di civiltà. Dopo l'Etrusca e la Romana, dopo quella della repubblica del medio evo, quest'antico tronco della terra latina […], oggi ad un tratto rinverdisce e mette foglie, […]. Oggi l'Italia entra nella quarta sua gioventù, salutata dall'applauso del mondo, applauso che sarebbe unanime se non lo negassero, e non lo volgessero in maledizione, i due lontani e tradizionali eredi dell'antica potenza di Roma: l'Imperatore d'Austria, ed il Papa.
[22] Cfr. Giovagnoli 1910, idem 1911a e idem 1911b.
[23] Parlamento 1961, pp. 116-121.
[24] Cavour 2010², p. 44. Circa il modo di vedere del conte di Cavour nei confronti di Roma, si veda quanto affermato in Chabod 1990, p. 321 comparando la posizione del piemontese a quella espressa anni dopo dal senatore lombardo Stefano Jacini, sul quale di veda infra nel testo: […] niente affatto succube delle idee da antiquarî, il Cavour; pronto a dichiarare, quasi con compiacenza, la sua personale insensibilità al fascino artistico di Roma, eppure altrettanto pronto ad affermare la forza delle « grandi ragioni morali » e di conseguenza, l'ineluttabilità di Roma capitale. Circa la personale insensibilità di Cavour rispettoal fascino artistico di Roma,  si veda Cavour 2010², p. 48.
[25] Cavour 2010², p. 47.
[26] Pur senza esservi apertamente citata, la nota formula è diffusa e presupposta nei diversi passaggi del discorso del 25 marzo 1861 riprodotto in Cavour 2010², pp. 43-70. Sulla formula cavouriana "libera Chiesa in libero Stato", si veda Ruffini 1974, pp. 155-171; Jemolo 19774, pp. 3-19 e Scoppola 2010², pp. 29-40.
[27] Cavour 2010², p. 64.
[28] Cavour 2010², p. 81.
[29] Cavour 2010², p. 87.
[30] Cavour 2010², p. 90. L'esortazione finale si riferisce, naturalmente, alla votazione dell'ordine del giorno Boncompagni: cfr. supra nota 3.
[31] Cavour 2010², p. 93.
[32] Gregorovious 1967, pp. 205-206.
[33] Sella 1887, p. 292. La risposta di Q. Sella, ibidem, fu decisamente in linea con la sua innovativa idea di Roma, circa la quale si veda infra nel testo: Io cercai di tranquillarlo (e credo che oggi si sarà tranquillato, visto che non abbiamo neppure la virtù di soffrire un tantino per arrivare a maggiore grandezza). Ma io gli dissi: sì, un proposito cosmopolita non possiamo non averlo a Roma; quello della scienza. Noi dobbiamo renderci conto della posizione che occupiamo davanti al mondo civile, dacchè siamo a Roma. In effetti, il discorso di Sella alla camera nel corso del quale venne ricordato l'episodio della conversazione con Mommsen, fu pronunciato il 14 marzo 1881 quando il piemontese cercava di ottenere il voto favorevole alla costruzione di un palazzo da adibirsi ad Accademia delle scienze. Interessante, in tal senso, il confronto con gli istituti scientifici stranieri presenti in Roma, richiamati da Sella per supportare la sua tesi: si veda ibidem, p. 291.
[34] Giardina - Vauchez 2000, p. 192.
[35] Saldanha 1864, p. 8. Significativamente, la nota priva di firma, anteposta al testo e rivolta al lettore umanissimo, si chiude a p. 4 con queste parole: Ammirino i Cattolici quali nobili, e pietosi sentimenti in essa sono sparsi, si persuada chiunque nutre sincero amore per la felicità della sua patria, che la vera libertà, quella cioè animata dallo spirito della Fede, sostenuta, e difesa dalle massime evangeliche, non può in alcun modo esistere senza la Religione.
[36] Saldanha 1864, p. 12. Cfr. ibidem il passo immediatamente successivo, ancor più significativo se si considera il momento storico: Roma fin dal suo primo nascere non fu, che una città; intorno ad essa non si formò una nazione, non fù la capitale d'Italia, ma sibbene del mondo antico. I popoli, che avevano Menfi, Babilonia, Gerusalemme per capitale, si chiamavano Egiziani, Assirii, Giudei; gli stessi Ateniesi, i Tebani, e gli Spartani erano Greci, i popoli di Roma si chiamarono sempre col proprio nome Romani.
[37] Saldanha 1864, p. 36.
[38] Per il passaggio del discorso di S. Jacini del 23 gennaio 1871 al senato del Regno, si veda Chabod 1990, p. 316.  Sulla sua derivazione dall'opera di d'Azeglio ricordata supra nel testo e, in generale, sulle posizioni "antiromane" del periodo, si veda ibidem, pp. 315-323. La posizione di Jacini deve essere peraltro compresa alla luce della sua interpretazione dei rapporti tra lo stato italiano e la Chiesa, all'interno della quale la "questione romana" veniva distinta da quella delle garanzie per la libertà del Papa e giudicata risolta, seppur con la forza, dopo il 20 settembre 1870. Neppure si deve dimenticare che, in passato, egli era stato tra i sottoscrittori dell'ordine del giorno Boncompagni  e che, più tardi, con una nota del 7 novembre 1864 aveva respinto l'interpretazione francese della Convenzione del 15 settembre 1864 quale rinuncia definitiva dell'Italia ad andare a Roma. Per un approccio alla figura di S. Jacini, si veda Raponi 2003. Sulle correnti di pensiero "antiromane" in questa particolare fase dell'unificazione nazionale italiana, si veda anche A. Giardina in Giardina - Vauchez 2000, pp. 185-189. Per la replica al discorso di Jacini del 23 gennaio 1871, si veda Sella 1887, pp. 207-216, in cui si riporta il discorso del 24 gennaio per il trasferimento della sede del Governo in Roma.
[39] Così R. Bonghi nella tornata di discussioni del 10 marzo 1883 alla camera, citato in Gentile 1997, p. 48. Bonghi fu anche relatore della commissione della camera sulla "legge delle guarentigie", ponendosi a metà strada tra il governo, che avrebbe voluto accordare ampia indipendenza al pontefice ed attuare il principio cavouriano "libera Chiesa in libero Stato", e la Sinistra storica, di tutt'altro orientamento. Per un approccio all'opera di Bonghi, si veda Scoppola 1970.
[40] Sella 1887, p. 229. Cfr. supra, nota 33.
[41] Su Q. Sella e Roma si veda, anche in rapporto ad altre correnti di pensiero, Gentile 1997, pp. 48-49, 276-277, 330, nonché Giardina - Vauchez 2000, pp. 190-192.
[42] Crispi (s.d.), pp. 63-64. Per le diverse interpretazioni della politica di F. Crispi menzionate nel testo, si veda Gentile 1997, pp. 51-55; Giardina - Vauchez 2000, pp. 196-197 e Levis Sullam 2010, pp. 21-24.
[43] Ai caduti di Dogali venne dedicata una lapide sulla facciata del Palazzo senatorio in Campidoglio, nel cui testo i caduti italiani erano posti in rapporto ai 300 Fabii caduti al Cremera combattendo contro i Veienti nel 477 a.C.: si veda Giardina - Vauchez 2000, pp. 197-199. Come è noto, per i caduti italiani venne eretto in Roma anche un monumento commemorativo, realizzato riutilizzando l'obelisco dell'età di Ramesse II rinvenuto nel 1883 in via S. Ignazio presso la chiesa della Minerva e già riutilizzato in antico in epoca dioclezianea. Il monumento fu inizialmente collocato, nel 1887, davanti alla Stazione Termini ed in seguito traslato nei giardini posti lungo l'attuale via Luigi Einaudi. Dopo la conquista dell'impero nel 1936, esso venne ornato della statua raffigurante il "Leone di Giuda" già collocata nella piazza della stazione di Addis Abeba ed evocativa della vendetta dei caduti di Dogali operata dall'Italia fascista, come informava un'iscrizione datata IX MAGGIO MCMXXXVII - XV: si veda in proposito Tulli 1942.
[44] Sulle diverse declinazioni della controversia tra le "due Italie", si veda Gentile 1997, pp. 64-70.
[45] Il ruolo di G. Carducci e di altri letterati dell'Italia unita in rapporto all'idea di Roma è così sintetizzato in Gentile 1997, p. 48: L'Italia unita era dunque nata con il complesso di Roma. La celebrazione di Roma fu la grande passione dei letterati della Terza Italia, massimamente fra essi Giosuè Carducci, che mantennero vivo il mito della Grande Italia nella prosaica politica del nuovo Stato. Sul ruolo di G. Carducci quale conciliatore dei contrasti politici e religiosi durante il processo di unificazione; sul ruolo che in ciò ebbe il mito della Terza Roma e sul rapporto con F. Crispi e la monarchia, si veda Levis Sullam 2010, pp. 27-32. Non molti anni dopo il 1911 anche Carducci verrà sussunto all'interno dei precursori dell'atteggiamento del fascismo nei confronti di Roma: si veda Marpicati 1938, pp. 276-277 e Bellonci 1938², p. 18. Sulla poesia di Carducci interpretata in chiave di propaganda coloniale prefascista che giungerà sino a D'Annunzio, si veda Braccesi 20062, pp. 19-34, 102-106, 130-138. Per un'analisi delle Odi romane di Carducci nell'esperienza storica recente ed eseguita diremmo "a caldo" nel 1945 nell'ambito del ciclo Revisione critica del concetto di Romanità svolto all'interno dei Corsi Superiori di Studi Romani, si veda Tosatti 1953. Più in generale, sul rapporto tra Carducci e Roma, si vedano i saggi raccolti in Cantatore - Lanzetta - Roscetti 1999.
[46] Su G. Pascoli, sotto il profilo che qui interessa, mi limito ad indicare Gentile 1997, pp. 16-18 per il ruolo del poeta nelle celebrazioni del 1911 e Levis Sullam 2010, pp. 40-42 per il rapporto con la tradizione mazziniana. Per un'interpretazione della poesia pascoliana in chiave di propaganda coloniale prefascista che giungerà sino a D'Annunzio, si veda Braccesi 20062, pp. 3-7, 77-89, 106-130, 167-172.
[47] Anche in questo caso mi limito a fornire solo delle indicazioni bibliografiche senza pretesa alcuna di esaustività. Si veda quindi Gentile 1997, pp. 101-102 per il rapporto, in G. D'Annunzio, tra culto della romanità, imperialismo e modernità; Braccesi 20062, pp. 7-16, 42-77, 138-167 per una lettura della poesia dannunziana in chiave di propaganda coloniale prefascista e Levis Sullam 2010, pp. 62-65 per il rapporto tra l'impresa di Fiume e l'eredità mazziniana. Circa la recezione dell'idea di Roma di D'Annunzio in epoca fascista, si veda Bruers 1938. Quanto ai diversi aspetti del rapporto tra D'Annunzio e Roma si rinvia anche a De Michelis 1964; idem 1976; AA.VV. 1990 e da ultimo Agostini - Ouafi 2012. Inoltre, circa il rapporto tra archeologia e poesia in Italia tra 1861 e 1911 proprio in riferimento a G. Carducci, G. Pascoli e G. D'Annunzio, si veda ora ampiamente Braccesi 2011. Circa l'inserimento di G. Carducci e G. D'Annunzio nella Sala XXVI della Mostra Augustea della Romanità del 1937-1938, dedicata al tema Immortalità dell'idea di Roma. La rinascita dell'Impero nell'Italia Fascista, si veda Silverio 2011, pp. 327-331.
[48] Così L'annata triste, in La Voce, 24 agosto 1911, citato in Gentile 1997, p. 65.
[49] Su Guglielmo Ferrero, si veda in generale Treves 1997. Per approfondimenti, invece, si rinvia a Cedroni 1993, Eadem 1998 ed Eadem 2006.
[50] Ferrero 1910, pp. 53-55. Di particolare interesse e spiccata attualità mi sembra quanto sostenuto subito dopo, ibidem, p. 55: Non ignoro che il secolo nostro vagheggia di solito imperi più solidi che questi dominii dell'invisibile, i quali non si possono nè misurare, nè spartire, nè permutare; ma se nella civiltà moderna l'alta Cultura non è destinata a diventar l'umile ancella della Finanza e dell'Industria, anche questo invisibile e intangibile impero non potrà mai essere abbandonato dal popolo che lo ereditò dai suoi padri, senza danno e senza vergogna; […].
[51] Ferrero 1910, pp. 19-25, in cui il culmine della civiltà urbana è collocato nel II sec. d.C. e, nella ricostruzione operata dall'Autore, anticipa una nuova dissoluzione. Per il ruolo della civiltà urbana come fattore creativo, insieme con il diritto romano, di una communis patria, si veda Roda 2011, pp. 30-36, 48-49 e 145-146.
[52] Giardina - Vauchez 2000, pp. 198-199. Su Rodolfo Lanciani, si veda Palombi 2006, mentre sulla Mostra Archeologica nelle Terme di Diocleziano, oltre al contributo di A.M. Liberati in questo volume, si veda Mancioli 1983a, Eadem 1983b, Palombi 2009 e Silverio 2011, pp. 316-317.
[53] Gentile 1997, p. 43. Tra i contemporanei, il tema si rinviene per esempio in San Martino 1911 e Ferri 1911.
[54] Strong 1911, p. 1. Curiosamente l'Autrice ricollega le celebrazioni del 1911 esclusivamente al cinquantenario of the proclamation of Rome as capital of United Italy, piuttosto che al cinquantenario dell'unificazione nazionale: si veda ibidem ma cfr. anche supra nota 3. La circostanza verrà ribadita anni dopo in Strong 1939, p. 137. Peraltro, ibidem, nota 2, l'Autrice ricordava: It may interest readers of JRS to know that it was at a meeting held in 1910, if I remember rightly, in the British School at Rome that Professor Lanciani first unfolded his programme for the 1911 Exhibition – an enterprise in which Dr. T. Ashby, then Director of the School, took an active part, while an article on the Exhibition by myself appeared in the first number of JRS (1911, 1-49). Circa la Mostra Archeologica si veda anche, sulla stampa italiana dell'epoca, Paribeni 1911 e Vaglieri 1911. In quest'ultimo, peraltro, torna l'idea dell'unificazione augustea dell'Italia; è netta la distinzione tra imperialismo moderno e impero romano; ricorre l'idea di impero romano come garante della felicità universale ancor prima del Cristianesimo; di impero come unità di sentimento nella varietà dei pensieri; della Mostra Archeologica come esplicativa della grandezza di Roma; del ruolo degli imperatori-soldati nel trasferire gli antichi sistemi da Roma a Bisanzio, da dove torneranno in Occidente, ed infine l'idea che il medioevo, ed in particolare Dante, rispetto all'impero aveva invero un concetto più esatto di quello dei nostri nonni.
[55] Lanciani 1911a, p. 9.
[56] Lanciani 1911a, p. 10. Cfr. Giglioli 1911a, pp. 3-4: La grandezza di Roma fu altamente civile: strade e acquedotti furono innalzati in ogni luogo; dappertutto si fondavano città nuove con fori, templi e terme; colossali opere di fortificazione furono erette contro le popolazioni ancora barbare. […]. Riunire perciò nell'Urbe, nei limiti del possibile, le riproduzioni al vero di tutto ciò, mostrare, nel loro insieme, agli Italiani queste testimonianze dell'opera immortale di civiltà compiuta dai Padri, riportare nella patria terra i ricordi de' suoi cittadini che duemila anni fa morirono per la sua gloria nella lotta ai confini del mondo: ecco il sogno grandioso degli ordinatori della Mostra !   
[57] Strong 1911, p. 45, nel cui finale si legge: Indeed the whole Mostra is as important to Byzantinists as to "Romanists" and should teach the extreme party among the former how greatly they injure their cause when they dissociate it from that of Rome. Excellent illustrated catalogues accompany both the Greek and Byzantine series of photographs. Per il catalogo del materiale bizantino si veda Lambros 1911. Esso era costituito da una serie di riproduzioni tese a documentare l'iconografia imperiale da Costanzo Cloro agli ultimi Paleologhi ed in effetti, leggendo ibidem la breve introduzione, si comprende come l'iniziativa nulla avesse a che vedere con la Mostra Archeologica, la quale, neppure espressamente menzionata, fu mera occasione e quasi puro "contenitore espositivo": cfr. anche infra nota 60. Dall'introduzione emerge infatti come l'esposizione di iconografia imperiale bizantina fosse un primo coronamento di sforzi curati da Spyr. P. Lambros ed altri studiosi già da più di venti anni prima del 1911, documentati in seguito ai Congressi internazionali di archeologia del 1905 di Atene e del 1909 del Cairo. Il Congresso di Atene aveva espresso il voto della pubblicazione di un'iconografia degli imperatori bizantini, nominando una commissione internazionale di cui Spyr. P. Lambros era segretario. L'Esposizione di Roma del 1911 aveva dato occasione di adempiere al voto del Congresso di Atene facendo eseguire il progetto nell'ambito della Sezione Ellenica, non senza una punta di nazionalismo greco-bizantino: La collection ne pretend pas encore à la perfection; toutefois elle se présente comme une importante contribution à l'iconographie bizantine et à la connaissance de l'art médiéval de la nation grecque.
[58] Fleres 1911b, p. 1.
[59] Preme qui sottolineare la linea di rigorosa continuità, anche dal punto di vista dell'idea di Roma, che attraversa la storia delle collezioni confluite nel Museo della Civiltà Romana. Quanto in particolare al Museo dell'Impero Romano, esso risulta già ideato ben prima dell'avvento del fascismo: si veda non solo Lanciani 1911a, p. 11 e Giglioli 1911a, pp. 3-4, ma anche Lanciani 1911b, pp. 10-11; Roma 1911b, p. 17; Strong 1911, p. 49 e Fleres 1991a, p. 2. Non è accettabile pertanto, la conclusione del per altri versi pregevole studio in Giuseppini 2007: Il museo interpretava la volontà del Regime di fondarsi sul culto della romanità, proponendosi come erede di una tradizione millenaria e interprete del "nuovo Impero". Come ho già sottolineato, esso fu istituito per esplicita volontà di Mussolini, che veniva puntualmente informato del progredire dei lavori, come risulta dai documenti inediti consultati. In questo modo, infatti, si sottostima ingiustamente l'intero progetto scientifico ed ideale che nasce nel 1911, vive certamente durante il fascismo, ma arriva attraverso il 1952 ed il 1955 sino ai giorni nostri. Si veda per il ruolo del fascismo nella genesi del Museo della Civiltà Romana Liberati 2012. Del resto, la stessa Sala XXVI della Mostra Augustea della Romanità, Immortalità dell'idea di Roma. La rinascita dell'Impero nell'Italia Fascista, benché collocata in un contesto "ufficiale", non è affatto del tutto aderente alla politica del Regime del 1937-1938 - si veda Silverio 2011 - ed anzi tutta la parte "Immortalità dell'idea di Roma" è già lucidamente espressa in Giglioli 1911a, pp. 3 ed 11. Dopo la II guerra mondiale, più che un'eco di quanto già scritto nel 1911 mi sembra inoltre si possa rilevare in Colini - Giglioli 1955, p. 20. Si tratta allora di comprendere come le collezioni del Museo della Civiltà Romana rappresentino tanto il risultato di una lunga ed incomparabile operazione scientifica, quanto il frutto di un sincero patriottismo e che questi due elementi il più delle volte si servirono del fascismo, mantenendo una loro precisa identità, quella stessa che è giunta sino ad oggi, e che essi semmai, nel fascismo videro quel compimento della rigenerazione nazionale che potremmo definire, prendendo a prestito un'espressione già impiegata da Galassi Paluzzi 1938 in diverso contesto, la "pienezza dei tempi". Non si tratta tanto di evitare di sovrastimare l'influenza del momento politico, quanto piuttosto e soprattutto di accordare il dovuto rilievo alla continuità che, attraverso varie temperie politiche, peraltro tra loro assai diverse ed addirittura opposte, tra il 1911 ed il 1955 caratterizza il percorso che dalla Mostra Archeologica conduce al Museo della Civiltà Romana. Si veda ancora in tal senso Strong 1939, p. 166 e G.Q. Giglioli in Colini - Giglioli 1955, p. 39: Non ho bisogno di aggiungere, quale sia stata la vita di questo Museo, da me interamente vissuta, dai timidi inizi del 1911 fino al grande incremento in occasione del Bimillenario di Augusto, perché è stata fatta oggetto di uno speciale capitolo. Ora dopo tante vicende, e la sua collocazione in questo grandioso palazzo, il voto che la data del 21 aprile, Natalisi Urbis, mi suggerisce è che il generosissimo gesto della FIAT, l'entusiasmo del Sindaco, dell'Assessore alle Antichità e Belle Arti, di tutta l'Amministrazione del Comune di Roma e il favore del Commissario dell'E.U.R., rimangano vivi perché si sviluppi sempre più questo museo creato a documentare attraverso i secoli la civiltà di Roma aeterna.
[60] Giglioli 1927, p. 3 e cfr. Idem 1929, p. VIII. Si intuisce, tra le righe, come nel 1911 il complesso dei materiali provenienti dalla Grecia e curati dalla Sezione Ellenica dovette creare diverse perplessità e qualche frizione tra gli studiosi a causa della sua disomogeneità con il nucleo della vera e propria Mostra Archeologica. Fu forse per questa ragione e per rendere più fruibili al pubblico i materiali greci che, tra le conferenze tenute nell'esposizione, forse addirittura l'unica, si registra quella di Spyr. P. Lambros, il cui tema tuttavia non è riportato in Roma. Rassegna 1911. Si veda in tal senso Uriel 1911 ed in particolare il ricordo del ringraziamento di R. Lanciani al collega greco, di sapore decisamente "diplomatico": Finalmente all'esposizione archeologica delle Terme Diocleziane si è avuta una conferenza! […]. Infatti, è quella una mostra nella quale anche le persone culte si trovano al bujo, se non hanno una speciale preparazione. […]. La prima conferenza dunque l'ha tenuta il prof. Lambros, […]. E giunga a lui il nostro ringraziamento oltre quelli che gli porse, […], Rodolfo Lanciani, dicendogli che, a differenza di tutte le altre nazioni soggette all'impero romano e qui, nelle Terme, collocate in forma di dipendenze, l'Ellade era stata messa a parte, nel «chiostrino»; nè poteva essere altrimenti, giacchè Roma la riconosce qual maestra e sua guida e prima fonte di luce. Circa le perplessità ingenerate dalla collezione greca, this "Mostra Greca", nell'ambito della Mostra Archeologica, si veda Strong 1911, p. 44-45. Nel catalogo della Mostra Archeologica, rapidissimi cenni alla collezione dei ritratti degli imperatori bizantini sono contenuti in Catalogo 1911, pp. 112-116. La rapidità di questi cenni stupisce soprattutto perché le citate pagine del catalogo riguardano interamente la Mostra greca, coincidente con la Sezione XI, e soprattutto perché ibidem, p. 112 si legge: Le brevi note seguenti sulla Mostra greca sono state scritte dal prof. Cavvadias della Università di Atene. Dal testo di P. Cavvadias, si apprende comunque che, almeno al momento della stampa del catalogo, la collezione bizantina non era ancora presente in mostra, come rimarcato addirittura per ben due volte: ibidem, pp. 112 e 116. Più in generale, quasi ad anticipare Giglioli 1927, p. 3 ed Idem 1929, p. VIII,  rispetto alle opere ospitate nel chiostro delle Terme, tra cui anche quelle componenti la Mostra greca, in Catalogo 1911, p. 106 si legge: Queste parti della Esposizione archeologica, non essendo comprese nell'ordinamento logico della Mostra romana provinciale (intesa a rievocare il quadro della civiltà romana coi monumenti delle province, a ridarci, in copie, statue emigrate e a ricomporre monumenti dispersi), sono state sommariamente descritte.
[61] Il che, peraltro, non significa che le collezioni dell'odierno Museo della Civiltà Romana ignorino l'impero cosiddetto "bizantino", quantomeno nella sua fase iniziale, ma semplicemente che, a fare data da Giustiniano, considerino quell'esperienza storica qualcosa di diverso da ciò che esse intendono rappresentare. Mi sembra interessante in tal senso segnalare Giglioli 1926. In ogni caso la presenza, nelle collezioni del Museo, di calchi di opere provenienti dagli estremi confini orientali dell'impero e, in generale, dall'odierno est Europa, ha recentemente consentito all'Istituzione di rendersi parte integrante, e non mero contenitore, dell'iniziativa Arte e cultura dell'Europa dell'Est a Roma svoltasi tra ottobre 2011 e giugno 2012. I materiali, già scelti da R. Lanciani e da G.Q. Giglioli, hanno infatti dato spunto ad una serie di relazioni e conferenze affidate allo scrivente e tese ad illustrare, anche attraverso la mediazione di Costantinopoli, i legami tra Roma e gli stati moderni dell'est non inclusi nell'Unione Europea di volta in volta ospitati con cadenza mensile. Così, per il mese dedicato all'Ucraina ho tenuto la relazione Da Roma a Kiev attraverso Costantinopoli. Aspetti giuridici dei rapporti tra impero ed antica Rus'; per il mese dedicato alla Russia L'idea giuridica di impero universale a Roma e la sua sorte dopo la caduta di Costantinopoli: la Russia; nel caso della Serbia Le riforme giuridiche e religiose di Costantino I. L'impero da Roma a Costantinopoli; per il mese dedicato all'Albania Il territorio dell'odierna Albania nell'organizzazione dell'impero tra Oriente e Occidente; per quello della Bosnia Erzegovina ho invece svolto la relazione Roma e l'impero ottomano. L'eredità romana da Maometto II a Solimano il Magnifico; ancora, per il mese della Croazia Diocleziano e la restaurazione dell'impero. Aspetti giuridici ed amministrativi; ed infine, per il mese della Moldova Da Roma alla Moldova attraverso cinque imperi. Circa il rapporto tra impero "bizantino" ed idea di Roma nella storia del Museo della Civiltà Romana si veda anche Silverio 2011, passim.
[62] È lo stesso G.Q. Giglioli a rivendicare in più occasioni la cura del catalogo della Mostra Archeologica del 1911, che in effetti non reca indicazione alcuna del suo curatore: si veda ad esempio Giglioli 1927, p. 4 ed idem 1929, p. VIII. Leggermente diversa l'informazione che in proposito fornisce Strong 1911, p. 49: The catalogue, with its numerous illustrations and its lucid descriptions, is largely the work of Dott. Giulio Giglioli, a young Italian scholar who has ably seconded Prof. Lanciani's labours in preparing for the exhibition. In seguito, la terza edizione del catalogo del Museo della Civiltà Romana continuerà a riportare, tra la bibliografia, il catalogo della Mostra del 1911 senza indicazioni circa il suo curatore: si veda Catalogo 19823, p. XV. Viceversa, tra la bibliografia curata da R.A. Staccioli e posta in appendice al testo della commemorazione di Giglioli tenuta da M. Pallottino, è annoverato anche il catalogo della Mostra Archeologica del 1911: si veda Pallottino 1958. Cfr. supra nota 60 per la notizia della compilazione della Sezione del catalogo relativa alla Mostra greca da parte di P. Cavvadias.
[63] Catalogo 1911, p. 130, cfr. Giglioli 1927, pp. 4-5, 135 e tav. XXXIV.2, nonché idem 1929, pp. IX e 124, in cui il testo del catalogo della Mostra Archeologica del 1911 è riportato letteralmente.
[64] Catalogo 1911, pp. 23-26 e cfr. Strong 1911, pp. 2-5.
[65] Catalogo 1911, pp. 27-34 e Strong 1911, pp. 5-6.
[66] Catalogo 1911, p. 35 e si veda ibidem, pp. 35, 37, 40 e 43 per il legame tra Augusto ed i confini dell'Italia. Si veda anche Strong 1911, pp. 6-8. Cfr. anche nota 4.
[67] Catalogo 1911, pp. 164-167 e 174-180. Sul Monumentum Ancyranum, sul suo valore ideale, sulle difficoltà incontrate nella conservazione del calco durante l'esposizione e sull'idea di un secondo calco da realizzare e da collocare in Roma sul Pincio o a Villa Borghese o, ancora, lungo la via Flaminia, si veda Giglioli 1911b e Fleres 1911a.
[68] Quilici 1983, p. 21 che si riferisce al discorso inaugurale di R. Lanciani riprodotto nell'Introduzione al catalogo della Mostra. Circa la storia del Museo della Civiltà Romana si veda Catalogo 1983 e Pasqualini 2006 per un aggiornamento, anche bibliografico. Circa la continuità dell'Istituzione dalla Mostra Archeologica al Museo della Civiltà Romana passando attraverso le iniziative del Museo dell'Impero Romano e della Mostra Augustea della Romanità, cfr. supra nota 59.
[69] Nella storia della Terza Italia e con essa della Terza Roma è la guerra italo-turca a segnare una prima rottura con il passato, nella misura in cui essa marca la definitiva adesione alla politica di potenza e di espansione. Altra svolta fondamentale sarà rappresentata dalla I guerra mondiale, che renderà ineludibili elementi di modernità ormai difficilmente inquadrabili all'interno dello stato liberale. Ne emergerà un'Italia mutata e con essa muteranno il mito nazionale e l'idea di Roma, adeguandosi ai tempi nuovi e giungendo sino al fascismo, che rivendicherà un legame diretto ed esclusivo con il Risorgimento nazionale anche per il tramite dell'idea di Roma, intendendo a sua volta integrare e superare quell'ideale in una nuova sintesi. Saranno la fine del fascismo e la II guerra mondiale a generare il lungo e forse definitivo oblio dell'idea di Terza Italia e con essa dell'idea di Terza Roma, gettando più che un'ombra sia sulle feste del 1961 che su quelle recenti del 2011: si veda Gentile 1997, pp. 73-225; idem 2010; idem 2011 e, quanto a romanità e fascismo, anche in rapporto alle collezioni confluite nel Museo della Civiltà Romana, cfr. supra note 11, 12, 43, 45, 46, 47, 59, 68.